Chi è il più grande nel Regno dei cieli?

Omelia per la S. Messa in occasione delle Ordinazioni diaconali - Basilica Santa Maria Maggiore, 2 ottobre 2009

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Carissimi,

«Chi è il più grande nel Regno dei cieli?» (Mt 18,1). È la domanda rivolta a Gesù dai suoi discepoli. Per la via, infatti, avevano discusso tra loro chi fosse il più grande. Improvvisamente, dopo l’annuncio della Passione, il vangelo mostra gli apostoli interessati non alla morte di Cristo in croce, bensì intenti in una discussione di superiorità tra loro. Mostrano di essere in competizione per il primo posto. Altro che mistero di Gesù, mistero di umiliazione estrema. Per rispondere al loro comportamento, Gesù abbraccia un bambino e lo mostra come esempio: «Se non diventerete come i bambini, non entrerete nel Regno dei cieli. Chi vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti, il servo di tutti» (Mt 18,3). L’ultimo è il servo, il servo è l’ultimo, il più piccolo tra i piccoli.

Il Padre ci chiama sempre a crescere, a diventare ciò che dobbiamo essere: dei piccoli, dei poveri, dei beati che aspettano tutto dalla sua grazia. Questa umiltà attiva è un cammino coraggioso verso la croce. Umiliarsi, diventare piccoli, non è un ideale ascetico di timido nascondimento o di rassegnata sottomissione, ma un concreto servizio di Dio e del prossimo. La misura della vita consacrata non è la grandezza o la potenza, ma l’umiltà.

Per seguire Gesù, occorre scegliere di stare in sua compagnia nel posto che egli ha scelto per sé, quello di servitore sofferente e rifiutato. «Il Figlio dell’uomo non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mc 10,45). Servire è donare se stessi; essere non per se stessi, ma per gli altri. Gesù ha reso il termine “servo” il suo più alto titolo d’onore, compiendo un capovolgimento di valori e donandoci una nuova immagine di Dio e dell’uomo. Egli non viene come uno dei padroni di questo mondo, ma lui, che è il vero Padrone, viene come servo. Ecco il nome nuovo della storia: servizio, non potere. Il nome segreto della civiltà è servire non sopraffare; un compito difficile, ma anche il più entusiasmante che possa esserci affidato, perché si tratta di partecipare alla intima missione redentiva di Cristo.

Chi è il più grande nel Regno dei cieli? È la stessa domanda rivolta a Gesù che si ripresenta nel cammino della comunità cristiana. Di fronte all’invidia e alla discordia presenti nella Chiesa di Corinto, san Paolo si chiede: «Cos’è mai un apostolo? Cos’è mai Apollo? Che cos’è Paolo? Sono servitori, attraverso i quali si arriva alla fede e ciascuno come il Signore gli ha concesso» (1Cor 3,5). «Ognuno ci consideri come servi di Cristo e amministratori dei misteri di Dio. Ora, ciò che si richiede agli amministratori è che ognuno risulti fedele» (1Cor 4,1-2).

Il servo, perciò, deve innanzitutto essere fedele al Servo Gesù, scegliendo di essere accanto a lui nel cammino dell’umiliazione e dell’umiltà. Carissimi Antonio, Gianni, Pasquale e Simone, siate servi come Gesù. Oggi vi viene affidato un grande bene: il diaconato, un bene che non vi appartiene. La Chiesa non è la Chiesa nostra, ma la sua Chiesa, la Chiesa di Dio. Il diacono, come il presbitero e il vescovo, deve rendere conto di come ha gestito il bene che gli è stato affidato. Non leghiamo gli uomini a noi; non cerchiamo potere, prestigio, stima per noi stessi. Sappiamo che anche nella Chiesa c’è sofferenza e peccato, perché coloro, ai quali è stata conferita una responsabilità, lavorano per se stessi e non per la comunità, per il bene comune. Non possiamo essere come quel servo malvagio, il quale spreca il dono ricevuto tradendo così la vocazione ricevuta e preoccupandosi dei suoi affari più che della verità del vangelo.

La fedeltà del servo, infatti, comporta il mettersi alla ricerca della verità ed agire in modo ad essa conforme. Il servo fedele è innanzitutto un uomo di verità e un uomo dalla ragione sincera. Dio, per mezzo di Gesù Cristo, ci ha spalancato la finestra della verità che, di fronte alle sole forze nostre, rimane spesso stretta e soltanto in parte trasparente. Egli ci mostra la verità essenziale sull’uomo, che imprime la direzione giusta al nostro agire. Lasciatevi plasmare dalla verità che è Cristo, diversamente sarete assaliti dalla menzogna che non è un’espressione della bocca, ma un atteggiamento profondo che si manifesta nelle opere malvagie. Venite consacrati nella verità come i segnati dell’Apocalisse che seguono l’Agnello, sulla cui bocca non fu trovata menzogna. La fedeltà non radicata nella verità diventa un guscio vuoto che riempiamo arbitrariamente. Senza verità il servizio diaconale che comporta il bene reale, vero degli altri, la fedeltà è illusoria e sentimentale e relega il ministero in un ambito privato e di gratificazione egoistica. In questa maniera diventiamo uomini veramente ragionevoli, che giudicano in base all’insieme e non a partire da dettagli casuali. Non ci lasciamo guidare nel ministero dalla piccola finestra della nostra personale astuzia, ma spalanchiamo la grande finestra del nostro animo a Cristo, che ci ha aperto sull’intera verità, e guarderemo il mondo e gli uomini, riconoscendo così ciò che veramente conta nella vita.

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