La speranza oltre il limite

Lezione magistrale al Convegno di psicologia e psichiatria militare - Roma, Aula magna Scuola trasporti e materiali, 29 ottobre 2009

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L’esperienza umana del limite

L’uomo per la sua intelligenza e volontà è una ricchezza senza limite. Nel suo cuore c’è «un abisso infinito che non può essere riempito se non da un oggetto, infinito e immutabile, cioè Dio stesso».

Ma se da un lato è “potenza d’infinito”, dall’altro, l’uomo sperimenta continuamente la sua finitudine. Egli si scopre limitato nel suo essere, perché non è lui che si è dato la vita, ma gli è stata data; non è lui padrone del proprio esistere, ma questo gli verrà tolto. Né la nascita né la morte sono in suo possesso. Con la nascita l’uomo non c’era e c’è; con la morte l’uomo c’era e non c’è più. Inoltre l’essere umano è limitato nel suo agire, nella sua libertà, condizionata da fattori interni ed esterni, tanto che egli fa quello che non vorrebbe e non realizza sempre ciò che desidererebbe.

L’esperienza del limite spinge l’uomo a superare se stesso, tanto che aspira ad essere libero e felice e a desiderare di superare il limite della morte, aspetto più rivelativo della finitudine umana. Vi è, poi, l’esperienza del dolore che accompagna il cammino umano. L’impatto della malattia rappresenta una forma di limite, specie quando la persona è sradicata dalle sue abitudini, dai suoi interessi, da quanto le è familiare. Si perde in qualche modo la propria identità, diventando quasi un oggetto da studiare e curare. Il tempo della malattia obbliga, infatti, ad una certa precarietà personale, ad affidarsi ad altri ed esprime il limite in tante altre forme: si invoca ascolto e il sostegno nella sofferenza, segnata da un silenzio che spesso evidenzia una situazione di disperazione, ma nel contempo è richiesta di aiuto. A uccidere tante volte non è solo una malattia fisica, ma il mondo che circonda la persona che sopravvive a circostanze e a messaggi crudeli da consumare, obbligata a tirare avanti senza provare rabbia per i limiti del suo ambiente. La serenità è uno stato di completo benessere, fisico, mentale e sociale che non consiste semplicemente nell’assenza di malattia e sofferenza. Oltre la morte e la malattia l’uomo vive altre esperienze di limite, in particolare quella dell’errore e del male. Si desidera, infatti, raggiungere la verità assoluta e si viene segnati dall’errore soprattutto per quello che attiene il campo morale, scambiando l’errore per la verità, la giustizia per l’ingiustizia, il male per il bene. A nessuno sfugge come lo spirito umano sia attraversato della menzogna e si inebri di essa dimenticando la ricerca della verità totale. Anche il male, frutto del peccato, è limitante la libertà dell’uomo, che diventa schiavo di una mente accecata e di una volontà incapace di compiere il bene.

La morte, la sofferenza, l’errore e il male non sono puri accadimenti biologici, ma anche e soprattutto circostanze squisitamente personali, che devono coniugare scienza e sapienza, cultura e santità. Un simile binomio solleva chi è nel dolore. Lo conforta: non tanto in senso psicologico quanto nel significato della parola, cioè gli comunica una forza che lo mette al lavoro, lo apre all’energico affronto della malattia o della morte. Infatti è possibile parlare di vera guarigione quando chi soffre, e che ha subito il suo dolore come uno schiavo, si rende padrone di se stesso.

Dove trovare l’immortalità? La risposta è cercare colui che è la vita senza fine. Dove trovare il senso della sofferenza se non nell’orizzonte di quella solidarietà di Cristo che ha preso su di sé il dolore e la malattia dell’uomo? È possibile raggiungere la verità senza riferimento alla Verità assoluta? Così l’esperienza della finitudine umana pone la dimensione spirituale della vita come fondamento della realizzazione piena dell’uomo, che dà compimento alle sue aspirazioni più profonde aprendosi alla fede in Gesù Cristo: «Tu ci guarisci mentre ci ferisci. Ci guarisci dal sogno della totalità, dall’epidemia dell’invulnerabilità».

Il limite: tra affettività e fragilità

Per comprendere chi vive esperienze limite è necessario aprirsi alla comprensione della persona nella sua affettività e fragilità.

La persona è fondamentalmente relazione e la vita affettiva è il luogo privilegiato del legame (re-ligo) e della responsabilità (re-fero) tra gli uomini, dove libertà individuale e vincolo sociale hanno la stessa dignità.

Sradicare l’affettività da una prospettiva di senso e percepirla come pura saturazione di un bisogno ridotta a sentimentalismo, a ciò che si prova, porta a una specie di ipertrofia dell’affetto, ad uno sbilanciamento degli aspetti emozionali a discapito dei valori che sostengono la dignità dell’uomo e di tutto l’uomo. La vita affettiva non può che essere, nella sua verità, una relazione eticamente orientata. L’affettività, però, è anche una qualità dell’essere finito. Chi ama è sempre fragile, tanto che lontano dal proprio amore si lamenta, si sente incapace di stare in questo mondo e invoca l’amato, lo cerca come se cercasse una parte di sé, senza della quale egli è un frammento, incompleto. È bellissimo l’affetto e solo la finitudine lo coglie: due frammenti si

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