Affidati alla Parola

Prospettive a conclusione del Convegno dei Cappellani militari - Assisi, 21 ottobre 2009

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Anni fa, K. Rahner scrisse una lettera immaginaria che Sant’Ignazio invia dal cielo ad un gesuita di oggi. Vi trovo, tra l’altro, un riferimento al tema del nostro convegno. Sant’Ignazio scrive: «Dovresti concepire tutte le tue attività pastorali (e anche di altro genere) come preparazione o conseguenza del compito ultimo che ti attende: aiutare gli altri a sperimentare in modo diretto Dio, a scoprire che Dio è vicino, che possiamo rivolgergli la parola. Esamina senza soste la tua attività: serve a questo scopo?».

Parola di Dio e identità presbiterale

La Sacra Scrittura è essenziale tanto per la Chiesa, che nasce dalla Parola che convoca e si esprime nell’assemblea radunata dallo Spirito, quanto per il presbitero, per se stesso e per il ministero che svolge nella Chiesa e nel mondo. Nella Chiesa Ordinariato viviamo una provvidenziale stagione per riflettere su Parola di Dio e accompagnamento spirituale, una sfida che edifica il nostro Presbiterio e aiuta le famiglie e i giovani militari nel percorso dell’iniziazione cristiana, nel cammino vocazionale, nella maturazione della fede e nella testimonianza. Come presbiteri siamo affidati al Signore e alla Parola della sua grazia (cfr. At 20,32). Il primo passo dell’affidamento alla Parola è l’ascolto, in un clima di familiarità orante, di silenzio, di solitudine dinanzi a colui che è presente. Affidati alla Parola, i presbiteri ogni mattina rendono docile il loro cuore, aprendo l’orecchio alla voce del Signore. Ciascuno di noi sa, a partire dalla propria esperienza di ministro, quanto sia grande l’esigenza di accogliere quotidianamente una Parola saporosa e illuminante, nutriente e rasserenante, ascoltata senza fretta e con animo sereno, perché il cuore arda di amore per lui. La quies o tranquillitas cordis comporta la disponibilità a lasciare toccare il cuore dallo Spirito che parla in quella assoluta libertà che sperimentano i cercatori di Dio.

In linea con il piano pastorale, stiamo crescendo nell’amore del Signore, trasformando la nostra comunità da sedentaria in una comunità profetica, trovando nella Parola il coraggio del cambiamento, restando lieti nella speranza, forti nelle tribolazioni, perseveranti nella preghiera (cfr. Rm 12,12). Eppure quante volte profaniamo l’ascolto, strumentalizzando la Parola in vista dei nostri progetti. Chi legge la Parola per gli altri e non si lascia ferire da essa in prima persona, non è degno di annunciarla. Come diceva Gregorio Magno: «Molte cose della Parola le ho comprese mettendomi in mezzo ai miei fratelli; con voi ascolto, poi, a voi dico».

Ma come può un presbitero oggi avere autorevolezza in quello che annuncia, considerato che il nostro tempo mette in discussione ogni figura istituzionale? L’autorevolezza è di chi ha il senso della fede, è un maestro di fede e sa discernere tra fede e riflessione sulla fede per imparare chi è Dio e chi è l’uomo. Al presbitero è consegnata la Parola, perché vivendola la comunichi. Diversamente, se non c’è coerenza tra quanto annunciato e vissuto, la Parola si svuota di Dio. Per superare la sproporzione tra messaggio e messaggero, perciò, ci è dato lo Spirito, presente in chi annuncia e in chi ascolta. Purtroppo oggi predichiamo per noi stessi e non per rivelare il Signore; predichiamo per sedurre non per convertire. Mi chiedo: qual è la mia passione? Qual è la mia passione per Cristo, per la sua persona, per la sua Parola, per il gregge, per la comunità del Signore? Perché sono incallito spiritualmente e non ardo di amore per lui mentre mi parla? Eppure la Verità mi libera, perché mi toglie il velo che ho su me stesso.

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Riferimenti

Parola di Dio e accompagnamento spirituale

Tipologia: Convegni dei cappellani