Fede e preghiera
A Dio è dovuta l’obbedienza della fede con la quale la persona si abbandona tutta, liberamente, prestandogli il pieno ossequio dell’intelletto e della volontà (Dei Verbum n. 5). Cosa è, infatti, la fede, se non il riconoscimento da parte dell’uomo che il mistero di Dio si è fatto presente, si è svelato in una persona, Gesù di Nazaret.
Il presbitero è uomo di fede che confida nel Maestro, ha fiducia in Lui, pensa nel Suo pensiero, si conforma al Suo progetto d’amore. Nell’abbandono della fede convergono le potenzialità umane: l’affettiva, la conoscitiva, l’operativa. Di fatti è sub lumine fidei che il sentire, pensare, volere, amare e l’agire sacerdotale trova il modo fecondo di inserirsi in Cristo nella mediazione della Chiesa.
Il discepolo è sempre in cammino e, attraverso fasi di silenzio e di maturazione, va di luce in luce, muovendo il cuore verso Dio. E’ lo Spirito Santo che conferisce la soavità nel consentire e credere alla verità, illuminando la mente, alimentando la gioia e aprendo l’animo al gusto della preghiera.
Lo Spirito, infatti, coniuga fede e preghiera, lex credendi e lex orandi. Dalla fede sgorga una preghiera autentica, non formale nè rituale, che aiuta la comprensione delle parole rivelate (cfr. Dei verbum n.8) e la conoscenza della verità alimenta l’intercessione costante e l’invocazione unanime.
La preghiera di Gesù
Nel Nuovo Testamento rifulge Gesù che prega e insegna ai discepoli a pregare. I Vangeli ci dicono che la preghiera di Gesù mise in crisi quella dei discepoli, perchè si poneva all’ombra della preghiera al Padre. E’ significativa l’annotazione di Marco: “Sedetevi qui, mentre io prego”. Il verbo è detto al presente. La preghiera del Figlio non cessa; è sempre una preghiera per noi che rimaniamo nel mondo: “Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me” (Gv 17,20). Una preghiera, quella di Cristo, bene espressa dalla Lettera agli Ebrei: “Ecco, io vengo, Padre, per fare la tua volontà”. La preghiera del Figlio è sempre e solo quella di compiere la volontà del Padre.
La preghiera dei discepoli, perciò, ha un profondo carattere cristologico, perchè realizza la stessa preghiera di Cristo. “Padre, non come voglio io, ma come vuoi tu” (Mt 26,39): l’unità con il Padre è una comunione che porta il Figlio a operare solo ciò che il Padre vuole. Una obbedienza che è frutto della sua suprema libertà; egli non deve rendere conto a nessuno, se non al Padre da cui è generato. Non c’è distanza tra lui e il Padre che ha bisogno di essere colmata dalle parole. E’ per questo che può insegnare ai suoi discepoli: “quando pregate, non moltiplicate le vostre parole come fanno i pagani...” (Mt 6).
Il vangelo, mentre ripetutamente ci dice che Gesù pregava, non ci riferisce mai il contenuto delle sue preghiere. L’unico testo che possediamo è l’inno di giubilo. “Ti benedico, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenute nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Si, Padre, perché così è piaciuto a te” (cfr. Mt 11,25; Lc 10,21). Come non vedere in queste parole l’esaltazione del povero che si pone in ginocchio dinanzi alla grandezza di Dio per poterlo adorare nella maniera in cui solo a lui conviene. Solo chi umilia se stesso, conoscendo la sua condizione e chiedendo di essere accolto nell’amore del Padre prega.
Il sacerdote, educatore di preghiera
Il sacerdote è chiamato ad essere educatore di fede e di preghiera (cfr. Pastores dabo vobis n. 47), tenendo quotidianamente fisso lo sguardo su Gesù (cfr. Eb 3,1). Egli deve essere il primo a credere, il primo a stare in ascolto di Dio, ascolto che diviene dialogo e si fa risposta, supplica, richiesta. Senza la preghiera, la vita sacerdotale non ha significato, perchè perde il contatto con la sorgente e si svuota nella sua profonda motivazione. Pregare non è facile. Prima di essere ripetizione di parole, la preghiera è esperienza di Dio che conduce ad assumere davanti a lui il comportamento corrispondente. E’ possibile passare per quest’esperienza in modo tale da avere certezza di essere realmente alla presenza di Dio? Non è, forse, forte il dubbio e l’incertezza che spesso ci avvolgono secondo i quali abbiamo il timore di esprimere noi stessi, illudendoci di pregare? Non è che alzando lo sguardo verso Dio, di fatto, immergiamo noi stessi sempre più in quella ragnatela da cui diventa difficile dover uscire? Come possiamo avere certezza che la nostra preghiera sia veramente un’offerta gradita a Dio? Questi interrogativi toccano anche il sacerdote orante e insegnano che preghiera e fede sono i due volti di una stessa medaglia: quella di un’esistenza che sa inabissarsi nel Mistero e che in esso trova l’incontro con il Signore.
«Se si analizzano le attese che l’uomo contemporaneo ha nei confronti del sacerdote, si vedrà che , nel fondo, c’è in lui una sola grande attesa: egli ha sete di Cristo. Il resto - ciò che serve sul piano economico, sociale, politico - lo può chiedere a tanti altri. Al sacerdote chiede Cristo» (Giovanni Paolo II, Dono e Mistero p. 96).
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