Il cammino spirituale di Francesco è presentato spesso dai biografi come facile, gioioso, poetico: è il trovatore che saltella, canta e gioca, anche solo con due pezzi di legno. Non va, però, dimenticato che i suoi scritti rivelano un atteggiamento sofferto, segnato dall’esperienza della croce. Risulta evidente che l’orizzonte umano, come lo vede Francesco, è segnato dalla sofferenza a cui nessuno può sfuggire. Solo dal dolore sgorga l’amore che si fa lode, canto e incanto: è il segreto del Cantico di Frate Sole, fiume di pace che scende come rugiada nel deserto dell’universo.
Le Lodi di Dio altissimo rivelano un animo costantemente rapito nel dialogo con la natura, da contemplare, con occhi divini, perché nella bellezza delle creature si incontra e si ama il Creatore. Pregando il Cantico si è afferrati e affascinati, perché si percepisce l’abbassamento di Dio nella storia e l’elevazione del mondo al cielo.
Nonostante il diffuso secolarismo, l’uomo non è affatto indifferente dinanzi all’esperienza francescana, una via provvidenziale per essere coinvolti, nella complicità dello Spirito, dalla nostalgia dell’Invisibile, che si fa palpabile, e dalla sete di Assoluto, che diventa concreta prossimità. Comprendiamo, così, la profezia di Francesco, desideroso di condividere, con linguaggio vicino al sentire umano, l’accostamento al Mistero per arricchire di benevolenza l’animo dell’orante.
Questa illuminante verità viene descritta dal carissimo don Michele Pes che assimila fedelmente la testimonianza di Francesco, un vero mistico medioevale che ossigena di lode la vita del creato. Chi accosta il Cantico fa rivivere dentro di sé la gioia di essere al mondo, toccato e custodito dalla presenza del Presente e dalle mani sicure del Signore Gesù, simili a quelle di una madre che Francesco raffigura nel grembo del Crocifisso di San Damiano, davanti al quale si immerge nella più alta libertà e carità.
Don Michele tenta di esprimere, così, le sue mozioni interiori e narra il suo afflato francescano come quello di un amante trasformato nella persona amata. Il Cantico, per l’autore, indica un percorso di santificazione dove natura e sopranatura, terra e cielo, umano e divino si armonizzano con estrema lucentezza.
Si manifesta, così, quel pati divina, che fa crescere il senso dell’Eterno nel quotidiano. La luce del linguaggio non toglie totalmente l’oscurità (cfr. 2Cor. 12,1-4). Anzi suo compito è quello di far passare da una oscurità ad un’altra più preziosa dove la presenza divina si imponga più fortemente, fino a toccare l’ultima oscurità, vicinissima alla luminosità definitiva, dove solitudine e unione sono così connesse da coincidere praticamente: «tenebre e luce per te sono uguali» (Sal. 139,2). È quanto dato di conoscere al credente, in modo cosciente e in forma beatificante oppure dolorosamente purificante come oro nel crogiuolo.
Alla scuola di Francesco si impara a “mangiare” la Bellezza, che non si consuma mai, per essere nutrimento spirituale che insapora il presente di Eterno. Il Cantico racchiude la spiritualità del presente e del futuro, perché in prospettiva «dovremo relegare molte cose in secondo o terzo piano, forse addirittura lasciarcele alle spalle, e fare uno sforzo unico e radicale, personalmente e non solo personalmente, per mostrare in maniera convincente agli altri uomini che cosa è Dio nella nostra vita e che Egli vive anche in noi. Solo questo riuscirà a convincere anche altri» (J. Hoeren).
Chi sfoglierà queste pagine si conforma nella fede a Colui che, fedele compagno di viaggio nel pellegrinaggio terreno, è sempre più vicino, chinato sulla creazione come mendicante di amore.
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