Il Vangelo nella città

Conferenza agli allievi Scuola Carabinieri - Reggio Calabria, 18 aprile 2007

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Entro nella riflessione, quasi in punta di piedi, con l’atteggiamento proprio del Vescovo che è quello di amare la città con quell’amore che Gesù stesso ha manifestato per la sua città, Gerusalemme, nella quale il Signore offre la vita per la redenzione del mondo.

Nella Scrittura, agli inizi dell’umanità, il comando di dominare è nel senso di entrare in comunione con la realtà della creazione. La città sorge per proteggere l’umanità e favorire processi di umanizzazione; contro il pericolo di un nomadismo che non permette di custodire la terra né di regnare su di essa, e anche l’assolutezza del clan, che imprigiona il singolo nello spazio della parentela e della somiglianza. La città è stata e resta il luogo della costruzione e della manifestazione dell’umano, dove si costruisce il rapporto degli uomini tra loro e con lo spazio, edificando un volto che può rassomigliare a Babele oppure a Gerusalemme.

Dalle parole di Babele

L’umanità aveva un compito: emigrare, occupare la terra, trasformarla. Era una consegna ricevuta da Dio nel progetto della creazione. Ma un giorno, si arresta; vuole costruire una città, innalzare  torri vertiginose. L’ambizione è palese, la presunzione infinita: «Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo, e facciamoci un nome» (Gn 11,4). Nell’uomo c’è una volontà di potenza. E così l’infinita presunzione si trasforma nel dramma della confusione. Babele diventa il simbolo delle imprese umane realizzate sulla sabbia dei propri costrutti ideologici, assolutizzando il mondo, senza o contro Dio. Il significato di Babele sembra parlare a tutte le stagioni della storia. Soprattutto oggi. Perché la confusione? L’incapacità di capirsi? Perché il disaccordo attorno ai valori fondamentali? Forse anche nella città odierna c’è una Babele del pensiero e della parola. Il pluralismo culturale è un valore; ma il relativismo morale è una grave ferita nella coscienza degli uomini.

Pensiamo al valore della vita umana, della persona, della coscienza: si respira il clima invivibile dei quartieri di Babele. Eppure tutti avvertiamo il bisogno di uscire dalla confusione, un desiderio di ordine, che fa parte della natura umana, del progetto originario, quando tutto era buono.

Nell’areopago del nostro tempo, infatti trovo il bisogno di verità: a livello di relazioni pubbliche, di amministrazione del bene comune, di rapporto tra potere politico e comunità civile. Una domanda di moralità come esigenza di nuove regole per una convivenza più vivibile, per uscire da una situazione di violenza aggressiva e di trasgressione generalizzata.

Un diffuso appello alla coscienza personale, che, nell’accezione comune, è il luogo delle scelte, della responsabilità e della libertà. Spesso, però, la coscienza è una sorta di contenitore vuoto, l’espressione di una soggettività assoluta, arbitra del bene e del male.

La vita è ridotta al frammento del presente. Non serve dunque progettare, prendersi delle responsabilità, soprattutto nei confronti degli altri. Chi me lo fa fare? E presto il narcisismo cambia maschera: diventa nichilismo. Che senso ha vivere? Una domanda che talora affiora sulla soglia di scelte drammatiche, senza facile ritorno.

Ma chi, come noi, è illuminato dalla luce della fede va oltre questa soglia. E sa che c’è una verità tenuta sotto censura, quella convivenza civile che non può prescindere da un profondo cambiamento  interiore. La vera garanzia della legalità, di una società capace di convivere nel rispetto reciproco è la restituzione dell’etica e pertanto di valori, alla politica, all’economia, ai programmi di promozione del bene comune. «Se il Signore non costruisce la casa, invano si affaticano i costruttori. Se il Signore non vigila sulla città, invano veglia la sentinella» (Sal 126,1). I cristiani abitano dunque la città, ma come stranieri e pellegrini (cfr. Ef 2,19; 1Pt 2,11), dimorano sulla terra ma sentono che la loro cittadinanza ultima è nella Gerusalemme celeste (cfr. Fil 3,20), obbediscono alle leggi dello Stato ma con la loro vita sanno trascendere le leggi (cfr. Lettera a Diogneto).

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