Carissimi,
accostando l’itinerario del prigioniero Paolo che da Gerusalemme andrà a Roma dove ha dato la vita per l’annuncio del vangelo, mi viene simbolicamente da pensare alla vostra vita, come un percorso interiore attraverso due tappe: la prima consiste nel passare dalle realtà esteriori alla interiorità; la seconda dalla interiorità alla divinità.
Dall’esterno verso l’interno
Le realtà più importanti da coltivare non sono le cose esterne, ma il cuore, cioè i desideri più profondi, che coltiviamo nella mente e nell’animo.
Il cuore è il nostro intimo da cui parte ogni decisione di orientare la vita verso i tesori del cielo che sono quelli veri, autentici, che rimangono.
Gesù stesso dà importanza al cuore, cioè all’interno della nostra vita. Forse voi, con tanta gioia e anche con un po’ di fatica, avete sperimentato durante la formazione in seminario come è importante che il vostro cuore spinga per andare verso l’alto, immergersi nella divinità.
Non basta pensare a Dio e servirlo con il cuore qualche volta, dedicandoci qualche altra volta, al dio del denaro, all’egoismo, al potere, ai nostri difetti.
Si può forse consentire che la nostra vita sia un poco per Gesù e un poco senza Gesù? Tante volte noi dividiamo a metà la vita: con il corpo siamo in chiesa, in ginocchio, con le mani giunte, ma la nostra anima è altrove. In questo caso, metà del nostro essere è con Gesù, ma l’altra metà non è con lui. Qualche altra volta facciamo l’inverso: con i nostri pensieri diciamo a Gesù: “Ti voglio bene, voglio pensare a te”, ma poi il corpo lo teniamo per accontentare la pigrizia, i comodi, gli istinti, i nostri capricci. Il Signore come a Simone, stasera, ci chiede ancora una volta di essere totalmente suoi.
A riguardo gli sconti non vanno bene. Quando, ad esempio, devo fare la meditazione di venti minuti, mentre in realtà la riduco a diciotto, gioco al ribasso. Ma con Gesù non va bene mirare all’economia; bisogna essere generosi al massimo; a lui occorre dare tutto, e darlo con gioia.
Cari amici, chiamandovi al sacerdozio, Gesù vi invita a donare la vita per dire agli uomini che è bello amare il Signore. La gente ha bisogno di noi, dell’annuncio appassionato che Gesù ci conosce, ci ama, ci perdona, porta con noi tutte le prove e difficoltà e ci sostiene con la sua grazia.
Di qui alcuni impegni immediati: il coraggio di parlare di Dio a noi stessi e ai nostri amici in seminario. O ci lasciamo prendere da soggezione a toccare questi argomenti, che crediamo acquisiti e inefficaci, e insignificanti alla vita spirituale? Risaliamo la china della superficialità, della consuetudine, della stanchezza, della pigrizia.
Il Signore ci chiede: «Mi ami tu?» La domanda dovrebbe turbare anche noi in un esame di coscienza profondo e sconvolgente. Lo amiamo davvero il Cristo? Gli vogliamo davvero bene? A voi, cari candidati al lettorato.
Ricevete un ministero d’oro. Quando vi accingete alla lettura, ricordate che vi capita qualcosa di ciò che è capitato al profeta: «Ma quando poi ti parlerò, ti aprirò la bocca e tu riferirai loro: “Dice il Signore Dio”» (Ez 3,27).
Chiunque tu sia, qualunque sia la lettura biblica è Dio che parla, apre la tua bocca, affida la missione di parlare agli uomini in suo nome. Il lettore è il primo uditore, il primo «ascoltatore» della Parola di Dio. E come potrebbe essere diversamente se vuole parlare in nome di Dio? Perciò prima della lettura, dovete pregare, prepararvi, meditarla, assimilarla. È il Signore che, per parlare, apre la vostra bocca. Dio ha parlato, la Parola è stata scritta, bisogna che la Scrittura ridiventi Parola. Non basta aprire il libro, percorrerne una pagina leggendola ad alta voce. Un lettore non parla di sé, non è all’ambone per appropriarsi della Parola. Egli serve Dio che vuol farsi sentire e per riuscirci non ha altro mezzo che usare la sua voce. Voi, come lettori, siete coscienti di tutto questo quando vi recate all’ambone?
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