Io sono il pane vivo

Incontro con i Cappellani militari della X Zona Pastorale in occasione della Giornata Mondiale di preghiera per la santificazione sacerdotale, Viterbo 14 giugno 2007

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Lasciamoci guidare dalla grande figura del profeta Elia (1Re 19,4-8). «Ora basta, Signore!» (1Re 19,4). Elia il più grande dei profeti, Elia che è come una lama di fuoco in Israele, Elia vuole morire. È braccato, deve fuggire, è cercato a morte e si addentra nel deserto. Lui così grande che Gesù stesso gli è paragonato (Mc 9,11-13) è stanco, così scoraggiato che dice: «Ora basta, Signore! Prenditi questa vita. Non ce la faccio più!» (1Re 19,4). E invece il profeta sconfitto vede accanto a sé un angelo. Nella Bibbia l’angelo è sempre segno dell’intervento di Dio, è quella realtà misteriosa che ti dà la certezza di non essere mai abbandonato, di non essere mai solo. Qualcuno è con te, capace di svegliarti dal sonno, di dirti: «Alzati!», di dirti: «Mangia!» (1Re 19,5). Quante volte noi e anche voi, come Elia, vedete attorno solo deserto. Quante volte il senso dell’inutilità, dello scoraggiamento, ci ha fatto dire: «È tutto inutile! Non cambia nulla, non serve a niente fare i testimoni del vangelo. C’è solo deserto...». Ma la parabola di Elia ci dice cose bellissime: il nostro scopo è raggiungere il monte di Dio, l’Oreb.

La nostra vita è annuncio dell’invisibile, è cammino mai abbandonato. E anche noi, però, sentiamo vere le parole dell’angelo quando viene di nuovo e dice a Elia: «Troppo lungo per te è il cammino» (1Re 19,7). Troppo lungo il cammino, troppo deserto, troppo dolore. E ti senti impotente, non sai quali parole cercare, non sai come aiutare. E la sua vicenda può davvero esserci di aiuto. Ecco un angelo, c’è una mano, non sei mai stato abbandonato; Dio viene. «Elia guardò e vide vicino alla sua testa una focaccia, cotta su pietre roventi, e un orcio d’acqua» (1Re 19,6).

Dio interviene. Ma per la stanchezza di Elia non fa trovare un mezzo di trasporto per sostituire la fatica e attraversare la desolazione del deserto o la desolazione del cuore. Solo un po’ di pane. Solo un po’ d’acqua, il quasi niente, che per noi, per la nostra vita sazia sembrano un castigo. E invece sono gli alimenti primi, i più semplici, i più necessari. Eppure Dio interviene così perché il pane risveglia la mia forza, perché l’acqua risveglia il mio corpo. C’è pane come forza della mia forza, energia della mia energia, sostegno della fatica che rimane.

Dio è forza perché tu attraversi il deserto, perché tu lo conquisti passo dopo passo, perché tu abbia così tutta la libertà, tutta l’energia e raggiunga, dolore su dolore, il monte Oreb, il monte della vita. Voi siete pezzo di pane, bicchiere d’acqua, carissimi, e nella nullità e piccolezza del vostro servizio si manifesta la potenza dell’Altissimo.

Così Dio interviene. Sempre. È lui la forza, per cui anche dentro le più terribili tempeste della vita tu continui a remare. È lui per cui nella notte continui a vegliare fissando con gli occhi l’orizzonte della speranza. Dio interviene. Dio è qui. Non con l’alternativa del miracolo clamoroso, bensì con la forza delle cose semplici, con quell’apparenza di inutilità che hanno il pane e l’acqua, e tutte le cose essenziali.

Il miracolo è allora camminare senza miracoli, se non la vicinanza di un angelo e la forza del pane.

La qualità dell’Amore

L’intervento miracoloso è giustificato dalle circostanze: la festa di nozze correva il rischio di terminare in modo mortificante per mancanza di vino. A Cana, il banchetto di nozze viene trasformato con il vino del miracolo e diventa così il banchetto delle nozze di Cristo con l’umanità, l’inaugurazione del Regno. È vero che questo  banchetto è soltanto un’immagine annunciatrice del Regno, ma è destinato a diventare realtà concreta nell’Eucaristia.

Quando Gesù è sommessamente invitato da sua madre a procurare il vino per la festa, risponde pensando prima di tutto alla volontà sovrana del Padre, che determina tutte le ore della sua vita terrena: «Non è ancora giunta la mia ora» (Gv 2,4). Secondo il piano del Padre, l’ora del primo miracolo, che deve introdurre la prospettiva eucaristica, non è ancora suonata. Ma Maria, che conosce bene suo Figlio, capisce che ogni speranza non è esclusa e persevera nella sua domanda credendo nell’onnipotenza di Gesù, che può anticipare l’ora. Riporta così la vittoria della fede.

Quando Gesù opera il miracolo, sceglie un modo di procurare il vino che simbolicamente annuncia l’Eucaristia. Trasforma l’acqua in vino e così lascia intravedere la trasformazione del vino eucaristico nel suo sangue. Avrebbe potuto procurare il vino in un altro modo, ma il genere di miracolo che compie, molto discreto, fa prevedere il cambiamento, segreto ma meraviglioso, che verrà chiamato più tardi transustanziazione, anche se in questo momento Gesù non rivela il vero scopo del suo gesto.

Il racconto evangelico pone in luce l’abbondanza del vino miracoloso. Le sei anfore di pietra, riempite dai servitori fino all’orlo, avevano una capacità notevole: la quantità di vino superava i bisogni immediati del banchetto. Anche la qualità di questo vino viene sottolineata; è specialmente apprezzata dal maestro di tavola. Così sono annunciate l’abbondanza del dono eucaristico e la sua qualità di ordine superiore.

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