Amati fratelli nel Sacerdozio,
in questo primo anno del mio ministero episcopale tra voi, ho colto il grande bisogno di coltivare il vostro rapporto personale con il Signore, vivendo una sincera comunione ecclesiale e impegnandovi in maniera sempre più coinvolgente e coraggiosa nel servire la nostra meravigliosa Chiesa dell’Ordinariato Militare.
Come accennavo nella conversazione tenuta lo scorso febbraio ad Assisi, la fede non è mai un fatto scontato, un dato ovvio nelle sue esigenze di radicalità e totalità. Nelle conclusioni di quell’incontro di formazione permanente si evidenziava come la spiritualità sacerdotale esiga di respirare un clima di vicinanza personale al Signore Gesù e di amore e servizio alla sua Persona nella persona della Chiesa, suo Corpo, sua Sposa.
Consapevole, perciò, che noi per primi, quotidianamente, dobbiamo accogliere la grazia dello Spirito che ci vuole seminatori gioiosi e pazienti di speranza, anche nei solchi aridi di chi ci sta vicino o lontano, ho pensato di scrivere a voi, miei presbiteri, questa lettera.
In continuità con il magistero episcopale del mio caro predecessore, desidero richiamare l’amicizia con il Signore quale fonte di esistenza sacerdotale (cfr. A. Bagnasco, Camminate secondo lo Spirito), e, nel contempo, rinnovare i sentimenti di gratitudine per il vostro generoso e instancabile ministero.
Un pensiero riconoscente voglio far pervenire ai Cappellani ammalati, anziani e a coloro che, in congedo, pur non avendo più le energie fisiche per tante forme di attività pastorale, restano guide forti e sagge nel presbiterio della nostra Diocesi.
Inseriti nel cammino della Chiesa italiana, arricchiti dall’esperienza vissuta nel IV Convegno Ecclesiale di Verona, vorrei porre al centro dell’attenzione il messaggio trasformante della Pasqua di Cristo, per disporre i cuori a quella «speranza viva, per una eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce» (1Pt 1,4).
Cristo è veramente risorto! Questa è la fede della Chiesa; è la speranza che illumina e sostiene la vita umile e la testimonianza splendida di ogni battezzato, particolarmente dei presbiteri. Il nostro è un bel tempo per essere preti! Lo è perché l’uomo ha bisogno di speranza e il Risorto ne è il fondamento sicuro. Ai cappellani è dato un compito veramente affascinante: diffondere Cristo, unica speranza, nel mondo militare.
Alla scuola della speranza evangelica
Il tema della speranza, fiaccola della fede e soprassalto di carità di fronte ad un futuro dagli imprevedibili esiti, rappresenta la prospettiva in cui si colloca il segreto dell’esperienza cristiana, il cui compito è far risplendere la luce di Cristo nel nuovo millennio e rispondere a chiunque domandi ragione della speranza che è in noi (cfr.1Pt 3,15).
Abbiamo tutti una grande nostalgia di speranza, anche per i rischi insiti nelle rapide trasformazioni culturali; in particolare per la deriva individualistica, la negazione della capacità di verità da parte della ragione, per l’offuscamento del senso morale. Cosa mette in pericolo la speranza? Il mancato rispetto per la sacralità della vita, la distruzione dell’ambiente e il suo uso improprio o egoistico, l’accaparramento violento della terra e delle sue risorse, le violazioni della libertà di religione, il permanere delle disuguaglianze tra uomo e donna, la cattiveria degli adulti verso i bambini, la negazione dell’accesso ai beni essenziali.
In una tale precarietà esistenziale, che si presenta sempre più minacciosa e contagiante, è possibile annunciare la speranza evangelica? Non possiamo essere come i discepoli di Emmaus (cfr. Lc 24,13-35) che declinavano la speranza al passato: «noi speravamo», perché sappiamo che il Cristo doveva patire tali cose e così entrare nella sua gloria. Quotidianamente Gesù si accosta a noi e domanda di cosa stiamo parlando. Egli sa, ma vuole che ci manifestiamo a noi stessi e, verbalizzando la nostra tristezza e le speranze deluse, ci aiuta a prendere coscienza dei problemi e del motivo reale della mancata speranza. Così siamo praticamente costretti a rileggere la storia, facendo trasparire il motivo vero della tristezza.
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