...E camminava con loro...Vocazione ed esperienza eucaristica

Incontro con i Cappellani della X Zona Pastorale - Roma, Chiesa del Presidio 25 ottobre 2007

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La Chiesa si propone come lo spazio umano di fraternità in cui ogni credente può e deve fare esperienza di quella unione fra gli uomini e con Dio che è dono dall’alto. Se ogni vocazione nella Chiesa è dono da vivere per gli altri, allora è anche un dono da vivere con gli altri.

La vocazione è relazione e dialogo, è sentirsi chiamati da un Altro e avere il coraggio di rispondergli. Come può maturare questa capacità di dialogo in chi non ha imparato, nella vita di tutti i giorni e nelle relazioni quotidiane, a lasciarsi chiamare, a rispondere, a riconoscere l’io nel tu? Come può farsi chiamare dal Padre chi non si preoccupa di rispondere
al fratello?

Di qui la necessità di premettere come ossigeno per la proposta e l’accompagnamento vocazionale l’esperienza positiva di fraternità, mediante la quale si impara a rendere partecipi gli altri dei propri progetti, per accogliere infine su di sé il piano pensato da Dio, che sarà sempre e comunque progetto di unità. Esperienza positiva di itinerario vocazionale, infatti, è la realizzazione dell’invito di Gesù: «Venite e vedrete» (Gv 1,39). Ecco la regola d’oro della pastorale vocazionale.

Emmaus: icona eucaristico-vocazionale

«Ed ecco, in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio di nome Emmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme…» (Lc 24,13-16).

L’episodio di Emmaus è un brano significativo, perché, oltre al contenuto e al metodo vocazionale seguito da Gesù, presenta nei due discepoli l’immagine di tanti giovani d’oggi, un po’ tristi e sfiduciati, che sembrano aver smarrito il gusto di cercare la loro vocazione.

Un itinerario vocazionale è anzitutto cammino con il Signore della vita, quel “Gesù in persona” che s’accosta all’uomo, fa lo stesso percorso ed entra nella sua storia. Ma gli occhi di carne spesso non lo sanno riconoscere e allora l’andare umano resta solitario e il discorrere inutile, mentre il cercare rischia di perpetuarsi in un interminabile, e a volte narcisistico, far esperienze, anche vocazionali, senz’alcun esito decisionale.

Come i due di Emmaus, spesso i nostri giovani non hanno occhi per vedere o orecchi per udire colui che cammina accanto a ciascuno e, con insistenza e delicatezza insieme, pronuncia il loro nome.

Ne viene una catechesi vocazionale da persona a persona, da cuore a cuore, piena d’umanità e originalità, di passione e forza convincente, un’animazione vocazionale sapienziale ed esperienziale. Un po’ come l’esperienza dei primi discepoli di Gesù, che «andarono e videro dove egli dimorava, e quel giorno rimasero con lui» (Gv 1,39). Fu esperienza profondamente toccante se Giovanni, dopo molti anni, ricorda ancora che erano circa le quattro del pomeriggio.

Si fa animazione vocazionale per contagio, per contatto diretto, condividendo il pane della propria fede, perché il cuore è pieno e l’esperienza della bellezza continua ad avvincere. «Ed egli disse loro: Che sono questi discorsi che state facendo fra voi lungo il cammino?» (Lc 24,17-29).

Gesù si accosta ai due e domanda loro di cosa stiano parlando. Lui lo sa, ma vuole che entrambi si manifestino a se stessi e, verbalizzando la loro tristezza e le speranze deluse, li aiuta a prendere coscienza del loro problema e del motivo reale del loro turbamento. Così i due sono praticamente costretti a rileggere la recente storia, facendo trasparire il motivo vero della loro tristezza.

È il metodo che fa cercare e trovare nella propria biografia i passi e le tracce del passaggio di Dio, e dunque anche la sua voce che chiama.

Allora la preghiera diventa il luogo del discernimento vocazionale, dell’educazione all’ascolto del Dio che chiama, perché qualsiasi vocazione ha origine negli spazi d’una preghiera invocante.

Nell’episodio di Emmaus tutto questo è rivelato con un’espressione essenziale, forse la più bella preghiera di un cuore umano: «Resta con noi poiché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto» (Lc 24,29). È la supplica di chi sa che senza il Signore si fa subito notte nella vita, senza la sua parola c’è l’oscurità dell’identità e la vita appare senza senso. È l’invocazione di chi ancora non ha scoperto, forse, la sua strada, ma intuisce che stando con Lui ritrova se stesso, perché ha «parole di vita eterna» (cfr. Gv 6,67-68).

«Rimani con noi», supplicarono. Ed Egli accettò. Di lì a poco, il volto di Gesù sarebbe scomparso, ma il Maestro sarebbe rimasto sotto i veli del pane spezzato.

Incontro donato, compagnia gioiosa, solidarietà possibile, mentre il cuore spento del noi speravamo bruciava nel riconoscere il Signore, suscitando il desiderio ardente di rimanere con Gesù.

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