Uno sguardo al mondo militare al servizio dell'uomo

Articolo pubblicato su "Avvenire", 4 novembre 2007

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Chi osserva le donne e gli uomini con le stellette non può fermarsi all’uniformità della divisa, agli ambienti logistici e ad alcuni interventi a vantaggio del bene comune. Le Forze Armate vanno conosciute e, perciò, riconosciute significative nel loro percorso aperto al cambiamento per meglio servire i popoli e la loro speranza, nell’obbedienza alle leggi della Repubblica e alle indicazioni delle Nazioni Unite. Esse, oltre al tradizionale e perdurante ruolo di difesa della sovranità ed integrità nazionale, sono chiamate ad una funzione più dinamica per garantire la sicurezza collettiva con operazione di gestione delle crisi e di supporto della concordia.

Ma interroghiamoci: quale concetto di sicurezza si apre all’orizzonte? E cosa mette in pericolo la pace? Certamente il mancato rispetto per la sacralità della vita, la distruzione dell’ambiente e il suo uso improprio, l’accaparramento violento della terra e delle sua risorse, le violazioni delle libertà di religione, i fenomeni delle migrazioni, le problematiche sanitarie, le risorse energetiche, idriche e alimentari. Questi aspetti invocano ed implicano la necessità di trasformare lo strumento militare dalla sua configurazione statica ad una più dinamica di proiezione e ricezione esterna, capace di risposte idonee nel promuovere stabilità, sviluppo e sostenere la causa dei diritti umani.

Oggi la questione militare assume il volto di questione sociale (e non mi riferisco solo al modello tutto professionale con l’assunzione di unità lavorative) e come tale diventa questione antropologica. Le tecnologie, infatti, come le moderne democrazie pongono nelle mani dell’uomo un potere a cui non corrisponde una forza e una chiarezza morale adeguate. I militari sono, allora, nel nostro Paese, come pure dai Balcani all’Africa, dal Medio Oriente all’Afghanistan, i primi ambasciatori di una cultura fondata sul rispetto della persona umana, autentici ministri della sicurezza e della libertà nelle situazioni più delicate e difficili (cfr. GS n.79).

In tale contesto si colloca la presenza in caserma, su una nave o in un aeroporto della nostra Chiesa, mandata ad annunciare e testimoniare una visione della persona non viziata da pregiudizi ideologici e culturali o da interessi politici ed economici. In particolare, i Cappellani militari vivono con generoso entusiasmo la missione pastorale tra i soldati, rendendo visibile e vicino Cristo a tutto l’uomo e ad ogni uomo, con il loro ministero di verità: quella religiosa che riguarda la conoscenza di Cristo; e quella morale che richiama i criteri etici per una vita buona per gli individui e per un pieno umanesimo della cultura e della società.

Ogni Cappellano, perciò, diventa infaticabile accompagnatore delle coscienze perché sia garantita la dignità della persona e la verità sul suo valore universale, in grado di far progredire la storia nella giustizia e nella solidarietà. Il sacerdote, attento e vigile, fa toccare con mano che la fede non è “qualcosa del passato“, ma risposta alla domanda di verità che è in ciascuno. I nostri militari cercano la verità per superare l’incertezza del dubbio e aprirsi ad una vita libera e serena. Nessuno può negare, infatti, che verità e libertà o si coniugano insieme o insieme miseramente periscono (cfr. Fides et ratio, 90).

Allargando, così, lo spazio dell’intelligenza e superando i condizionamenti di una razionalità che si fida soltanto di ciò che può essere oggetto di sperimentazione e di calcolo, i militari si aprono al mistero di Dio, nel quale si trova il senso e la direzione dell’esistenza.

Di qui la consapevolezza che l’alfabeto della pace è inscritto dal divino Creatore nella mente e nel cuore dell’uomo e può vincere  quella irragionevolezza della guerra, che appare tanto forte e, nel contempo, insignificante. La pace è possibile se gli uomini si riconoscono reciprocamente titolari di diritti inalienabili, connessi con la loro natura originaria e non modificabili come qualsiasi convenzione o accordo tra parti.

Ecco il motivo per cui la Chiesa Ordinariato Militare ha scelto di puntare sulla formazione delle coscienze attraverso una pastorale dell’intelligenza, quale via per rendere leggibile e operativamente fruttuoso un vero umanesimo integrale, dove trovare le ragioni supreme per essere fermi paladini della dignità umana e coraggiosi costruttori di pace. Sì, perché la riflessione razionale sulla fede può diventare come una fonte di purificazione per accostare, nella verità di Cristo, la profonda realtà dell’uomo e della società. Nella vitalità di questa esperienza, la parola dell’unico Signore, seminata nell’intimo delle anime, prevarrà sulle forze del male e resterà per sempre.

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