Con la "Virgo Fidelis"... in preghiera per Salvo D'Acquisto

Messaggio in occasione della commemorazione di Salvo D'Acquisto - Roma, 21 novembre 2007

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Carissimi,

nel richiamare a tutti la tradizionale celebrazione della Virgo Fidelis, desidero quest’anno ricordare il sacrificio del Vice Brigadiere Salvo D’Acquisto, che con l’eroica offerta di sé ha dimostrato di essere autentico e concreto cristiano. L’occasione mi è suggerita dalle parole rivolte, venerdì 9 novembre, dal Santo Padre, per la XII seduta pubblica delle Pontificie Accademie. Benedetto XVI, tra l’altro, affermava: «È più che mai necessario riproporre l’esempio dei martiri cristiani, sia dell’antichità sia dei nostri giorni, nella cui vita e nella cui testimonianza, spinta fino all’effusione del sangue, si manifesta in modo supremo l’amore di Dio». Non posso, allora, non pensare al nostro Salvo, segno di quell’amore “più grande” che compendia ogni altro valore: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici» (Gv 15,13).

Amare non è emozione, mero sentimento, è un’azione: dare. Ma dare che cosa? Dare la vita, dare ciò che fa belle e intense le giornate, ciò che fa vibrare l’animo dinanzi al bene, comunicare la bellezza dell’incontro con Dio.

Così ha vissuto Salvo D’Acquisto, martire della carità, luminoso esempio di abnegazione e sacrificio.

«Gentile Signore – scriveva, il 6 settembre 1955, al Generale che le chiedeva una testimonianza, la signora Ines Marignetti sul figlio – il mio povero figlio Salvo nacque a Napoli nel 1920, primo di cinque figli. La sua infanzia la trascorse nel sano morale ambiente della sua famiglia religiosa ed onesta; non conobbe egli agiatezza e non ebbe, perciò, col passare degli anni, né vizi né difetti. Vivendo così, formò il suo carattere serio e riservato. La bontà era una sua particolare virtù e quando poteva compiere una buona azione sapeva anche essere discreto. Nel 1939 si arruolò nell’Arma dei Carabinieri, dove hanno militato per tradizione vari congiunti di famiglia; egli amava la Patria e l’Arma come la sua famiglia e questo amore diffondeva fra i suoi colleghi e quanti contattava; e, sempre per il suo carattere buono, improntato a giustizia, riscuoteva molta stima ed affetto. Dalla sua innata bontà, nel vedere la sua Patria martoriata, mentre egli ne desiderava un grande destino, nel vedere il popolo avvilito e depresso, dovette scaturire il grande sacrificio di immolarsi per l’altrui salvezza».

In realtà, Salvo, per la grande forza d’animo, si distingue presto per la fedeltà al dovere e rispetto per la gente e per il suo innato bisogno – attesta il generale Caruso, suo primo biografo – «di aiutare gli altri, integrando i primi sentimenti di adorazione verso Dio e di affetto per il prossimo, con le doti tradizionali del carabiniere: l’amore di Patria, il coraggio, lo spirito di sacrificio, il senso del dovere».

Immolarsi per l’altrui salvezza è stato l’ideale della vita di Salvo come egli stesso affermava: «Bisogna rassegnarsi ai voleri di Dio a prezzo di qualsiasi dolore, di qualsiasi sacrificio». Una convinzione della sua maturità morale che lo porta, in un pomeriggio del 23 settembre 1943, presso la Torre di Palidoro, una borgata sulla Via Aurelia, alle porte di Roma, a offrire se stesso per salvare ventidue ostaggi che già stavano scavando la loro fossa di morte, dove sarebbero stati sepolti dopo la fucilazione come ritorsione a un presunto attentato. Una vocazione in spirito di olocausto per la sua gente, che sempre portava nell’animo con struggente bene. «Il mio dovere è di essere con la gente che è stata affidata a noi»: questa fu la netta risposta, espressione di un cuore ricco di amore per il prossimo, data a chi gli consigliava di nascondersi a Roma dopo l’8 settembre 1943.

Nasce, così, e si configura con persuasa coscienza il gesto di eroismo: offrirsi, da solo, per salvare la vita di ventidue fratelli. Un gesto, che è il compendio di una esistenza più intensa e vera, che vuole affermare, in un momento triste per la storia dell’umanità, la possibilità di una speranza, perché gli uomini ritrovino la forza di donarsi, convinti che la verità coincide con l’amore. Una consapevolezza, la sua, che si originava nella preghiera costante, anche sotto la tenda, alla presenza di altre persone.

A Napoli, infatti, Salvo era soprannominato “San Gennaro scacciapericoli”, avendo, ad esempio, salvato un ragazzo che stava per esser investito da un tram. La domenica, poi, girava per gli ospedali a portare doni e viveri per i degenti. Il gesto di offrire la sua vita, perciò, non fu un momento episodico, ma caratterizzò tutta intera la sua pur breve esistenza, coerente col proprio ideale cristiano ed umano, con la propria divisa, indossata con dignità, in difesa di una Patria più umana.

Salvo suscita un’eco nella coscienza degli uomini di buona volontà, invitando a ritrovare i valori della rinuncia e del sacrificio, che l’umanità ha perso e che un giovane Vice Brigadiere ha manifestato splendidamente senza clamori. Egli, perciò, è diventato un modello caro al popolo italiano, come a tutti i Carabinieri che continuano a donare la vita per la verità e la libertà.

Quella di Salvo non fu una morte subita, ma accolta nel fuoco dell’amore di Cristo. Davvero Salvo D’Acquisto aveva dentro qualcosa che contava più della sua vita, Dio-Amore. Perciò, amici Carabinieri, invito voi e le vostre famiglie a pregare molto perché possa essere riconosciuto Beato.

La Virgo Fidelis accompagni la nostra vigilanza, consigli il nostro dire, animi la nostra azione sostenti il nostro sacrificio, infiammi la nostra devozione.

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