Il vestito dell'amore

Omelia per la S. Messa in occasione dell'immissione nel Collegio canonicale - Basilica di Santa Maria ad Martyres, 15 dicembre 2007

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Carissimi,

particolarmente profonda e palpabile è l’emozione che sperimentiamo in questa splendida Basilica di Santa Maria della Rotonda. Rallegratevi: è la terza domenica di Avvento, domenica della gioia. Lo ha ricordato Isaia: «Si rallegrino il deserto e la terra arida… si canti con gioia e giubilo… felicità perenne splenderà e fuggiranno tristezza e pianto» (cfr. Is 35,1-6a.8a.10).

Stasera la Chiesa Ordinariato Militare è in festa: abbiamo chiamato a far parte del Collegio dei Canonici del Pantheon alcuni nostri sacerdoti, perché siano uniti al presbiterio castrense con più stretto vincolo e si impegnino generosamente al servizio della preghiera così da rinnovare in Cristo la comunità dei popoli e trasformarli nella famiglia divina.

Il vangelo ora ascoltato pone alcuni interrogativi: Chi è Gesù? Come riconoscerlo? E perché il dubbio si insinua sempre alla sua presenza? Alcuni pensavano, infatti, a Gesù come al profeta Elia; qualche altro dirà che era Giovanni risuscitato. C’è anche chi lo definiva mangione e beone, amico dei peccatori, una persona poco raccomandabile.

Anche Giovanni, dal carcere, manda i suoi discepoli a domandare: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?» (Mt 11,3). Il Battista che al Giordano aveva riconosciuto in Gesù il Redentore del mondo, incarcerato domanda se egli è veramente il Messia. «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?». La domanda indica non solo che la fede è attraversata dal dubbio, ma che il dubbio può purificare e rafforzare la fede. Specchiamoci nel profondo dell’animo: anche la nostra fede personale ha una storia di luce e di buio con tempi di entusiasmo e pause di indifferenza. Ma in entrambi i casi è l’amore per Gesù, nostro unico e sommo bene, a salvarci, a seminare nel cuore più fede sia nell’incanto del suo splendore che nella pesantezza del suo grigiore.

«Sei tu colui che deve venire?». Il rapporto personale con il Signore è garanzia di una fede matura che sa trasformare il deserto in giardino e la prigione in libertà: «I ciechi recuperano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato colui che non trova in me motivo di scandalo!» (Mt 11,5-6). A riguardo san Gregorio Magno commenta: «Al vedere tanti segni e tanti prodigi, nessuno aveva motivo di scandalizzarsi, bensì piuttosto di meravigliarsi. Quando dunque il Signore dice beato colui che non si scandalizza di me… è come se dicesse apertamente: è vero che faccio delle cose mirabili, ma non rifiuto per questo di sopportare cose ignominiose. Poiché sto per seguire Giovanni Battista nella morte, si guardino bene dal disprezzare in me la morte, gli uomini che venerano in me i miracoli».

Carissimi fratelli Canonici, alla luce di questo commento di papa Gregorio sul vangelo, sono ad invitarvi a morire a voi stessi anche quando nel vostro apostolato donate speranza e consolazione agli uomini. Come Gesù siate servitori e non persone che si fanno servire, come Gesù siate i più piccoli e riconoscetevi in tutti i più piccoli che incontrate. Così sarete grandi nel Regno di Dio. La vostra unica ambizione sia quella di essere più umili e gli altri, nello stile sacerdotale del vostro ministero fatto di piccolezza sorprendente, glorifichino il Padre che è nei cieli. Un canonico fa sua la Parola: «Non a me dà gloria, Signore, ma al tuo santo nome» (cfr. Sal 113,9).

Beati coloro che non si scandalizzeranno di voi; ciò sarà possibile se prendete la croce quotidiana per vivere sempre più uniti nella carità. Il Collegio dei Canonici non richiama forse l’antica e sempre nuova dimensione di presbiterio? Essere canonici non significa, forse, impegnarsi a maturare e testimoniare una comunione presbiterale che sa operare collegialmente? Si tratta di non sentirsi più padroni della propria vita e del proprio ministero; di crescere in quella capacità relazionale tra presbiteri che è affidamento personale nel Signore alla sua volontà senza cordate né particolarismi. È la buona novella che un canonico può predicare con l’esempio e la parola, dicendo sempre bene di tutti, particolarmente dei suoi confratelli.

Carissimi, esultate e gioite nel Signore, perché vi ha rivestito delle vesti di salvezza. Il vostro rivestirvi degli abiti canonicali non vi faccia mai dimenticare che Cristo spogliò se stesso del suo divino splendore e assunse la condizione di servo. Le insegne nuove che indossate vi portino con la mente e il cuore a deporre la condotta di prima e rivestirvi dell’uomo nuovo creato nella santità vera. Nei gesti esterni siete aiutati a donarvi a Cristo, rivestirvi di lui, entrare nel “sì” del vostro nuovo incarico ecclesiale per ravvivare il dono del sacerdozio che gratuitamente abbiamo ricevuto. Se siete con il Signore, il vostro ascoltare, parlare ed agire attirerà tutti alla comunione del Risorto.

È sull’onda di un vivo gaudio racchiuso nei cuori di tutti i presenti che vi porgo il mio paterno ed affettuoso augurio che prendo dallo stesso Gregorio Magno. In una sua riflessione sul banchetto escatologico a cui sono invitati gli amici del re, è presente un ospite senza veste nuziale che viene escluso dalla festa. Papa Gregorio si chiede: «Ma che specie di abito è quello che gli mancava, se non il vestito dell’amore?».

Amici canonici, vi auguriamo di indossare ogni giorno l’abito nuziale, cioè la carità fraterna, che sola può renderci belli.

Alla Vergine, Maria santissima della Rotonda, chiediamo di allontanare ogni ostilità dal nostro intimo, toglierci ogni senso di autosufficienza e rivestirci veramente con la veste dell’amore del suo Figlio, che vive e regna nei secoli dei secoli. Amen

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