Natale: il sì del Padre alla speranza del mondo

Omelia per la S. Messa di Natale - Organizzazione Penitenziaria Militare (Santa Maria Capua Vetere), 25 dicembre 2007

Luogo:

Predicatore:

Saluto con profondo rispetto tutti voi.

«L’angelo Gabriele fu mandato da Dio» (Lc 1,26) ad una vergine, chiamata Maria. Il Signore è con lei, e in lei l’attesa diventa presenza, risposta di Dio. Il figlio che nascerà da lei ha un nome preciso, Gesù: «Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre… sarà santo e chiamato Figlio di Dio» (Lc 1,32-35).

La donna, visitata dall’angelo, esce dal suo silenzio con una domanda, solo preceduta dal turbamento di fronte all’irruzione del mistero: «Come è possibile?» (Lc 1,34). Turbamento e domanda esprimono, in modo diverso, la percezione dell’infinita distanza tra la creatura e il Creatore; ma soprattutto una fede che si fa discernimento di fronte a un progetto distante dalle prospettive umane. La fede è dono, e tuttavia anche Maria fatica per entrare nel disegno di Dio. Ma «Nulla è impossibile a Dio. Avvenga di me quello che hai detto» (cfr. Lc 1,37.38). L’esperienza di Maria sembra disegnare per ogni credente un itinerario di speranza.

Da quando la Vergine Santa nella grotta di Betlemme ha deposto nel cuore del mondo il Figlio di Dio, il Signore Gesù quotidianamente si accosta a noi e «potente in opere e in parole» ci rende persone nuove, impegnate a continuare il racconto della speranza, a scrivere una per una le opere della fede. «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Solo qui la speranza cristiana trova il suo fondamento definitivo, radicata in un evento: Gesù è vivente in noi e tra noi.

Chi non ha speranza, si chiude in se stesso, vive il presente, rassegnato o disperato, e non è capace di guardare a un futuro, possibile e migliore. Dobbiamo infondere speranza! Ecco il nostro impegno cristiano.

Anche le carceri, allora, possono essere, per chi lo vuole, un luogo di scoperta e professione della speranza evangelica, oltre che uno spazio di redenzione per chi ha sbagliato.

Come realizzare, allora, la speranza? Occorre sapersi inchinare di fronte ad ogni forma di sofferenza. Essa merita sempre rispetto, anche quando è cercata. Eppure anche il carcerato nel suo errore sa percepire l’amore e sa riconoscerlo perfino nella rigorosa applicazione della legge.

Certo l’azione carceraria si prefigge il recupero delle persone; ha successo quando può dire, come nella parabola del figliuol prodigo: «tuo fratello era morto ed è rinato» (cfr. Lc 15,11-32). In questa dimensione riabilitativa è fondamentale il contributo dei valori religiosi, cioè della fede. Occorre che Cristo entri nelle nostre carceri: non possiamo fare a meno della sua parola e della sua grazia per continuare a sperare, pronti come Cristo ad allargare le braccia del perdono e offrire una esistenza rinnovata.

Sosteniamo la speranza di coloro che sono nelle ristrettezze della carcerazione, perché anche questa dolorosa esperienza non vada perduta e serva a riscattare ogni persona e reinserirla nel tessuto vitale della società.

Un condannato rimane sempre membro della società di cui ha trasgredito le regole. La società è, allora, coinvolta nel suo reinserimento. Una pena rimane umana se permette a chi la subisce di sperare. È il contenuto, più che la durata, a consentire l’eventuale ritorno nella società. Un vero reinserimento è possibile quando il tempo di detenzione ha un senso, quando viene conservato il legame con i familiari. Nessun uomo, in quanto tale, deve aver paura del carcerato. C’è, infatti, da ben distinguere l’errore (che va sempre condannato come un gesto inquinante la convivenza umana) dall’errante (che va sempre trattato con rispetto per la sua nativa e inalienabile dignità).

Certo: è facile dirlo, ma è difficile farlo. Rinnovare il proposito di trattare gli altri come vorremmo essere trattati noi se ci capitasse di sbagliare. Gesù ancora oggi ci dice: «amatevi come vi ho amato io nel momento in cui mi avete crocifisso». È la speranza dell’Amore.

Non posso, poi, oggi non pensare alle vostre amate famiglie. Voi detenuti siete come una piccola chiesa in prigione, che invoca dalla comunità cristiana rispetto e sostegno per le vostre famiglie. E noi dovremmo, forse, educarci e purificare i nostri sguardi per ascoltare ed aiutare concretamente ogni famiglia dei carcerati.

Il vero reinserimento, infatti, ha bisogno anche di non giudicare ciò che si è fatto, ma quello che si evidenzia in sentimenti ed appartenenze. Il condannato rimane membro di una famiglia e il percepire di essere amato dai suoi, nonostante il male commesso, può mutare l’orizzonte della vita. In questo scambio affettivo c’è il segreto per riscoprirsi responsabili e chiedere perdono a coloro che sono stati offesi. Senza la capacità di perdono, che la coscienza cristiana deve travasare nella vita sociale, non c’è possibilità di riabilitazione, perché viene soffocata la speranza che non dovrà mai essere spenta o negata ad alcuno. Carcere e famiglia camminano insieme: una famiglia senza perdono è una famiglia senza speranza; un carcere senza speranza è un luogo senza Dio.

Chiediamo al Signore di aprire il nostro animo, perché possiamo entrare nel mistero del suo Natale. Maria, che ha donato il suo grembo verginale al Verbo di Dio, che lo ha contemplato bambino tra le sue braccia materne, e che continua ad offrirlo a tutti quale Redentore del mondo, ci aiuti a fare del Natale un’occasione di crescita nella conoscenza e nel perdono di Cristo. È questo l’augurio che formulo con affetto a tutti voi, qui presenti, alle vostre famiglie e a quanti vi sono cari.

Data Inizio:     Data Fine: