In una società sempre più complessa e incerta cresce il bisogno di sicurezza, andando ad occupare sfere della persona che non sono connesse unicamente alla vulnerabilità del vivere quotidiano, ma che, in modo più generale, invocano il raggiungimento di una tranquillità duratura. Al di là di fenomeni legati alla sicurezza in ambito nazionale e internazionale, desideriamo tutti essere difesi nella libertà e pensare un futuro stabile e sereno. Il tema della sicurezza, allora, non può non riguardare la concezione di persona e di società in cui si crede e non può non intrecciarsi con il tema della pace.
Cosa mette in pericolo la pace? Certamente il mancato rispetto per la sacralità della vita, la distruzione dell’ambiente e il suo uso improprio, l’accaparramento violento della terra e delle sue risorse, le violazioni della libertà di religione, i fenomeni delle migrazioni, i traffici “da globalizzazione” (da quelli di uomini a quelli di droga e di armi), le problematiche sanitarie, le risorse energetiche, idriche e alimentari. Questi aspetti sembrano implicare la necessità di trasformare lo strumento militare dalla sua configurazione statica ad una più dinamica di proiezione e ricezione esterna, capace di risposte idonee nel promuovere stabilità, sviluppo e sostenere la causa dei diritti umani.
La questione militare, perciò, assume il volto di questione sociale e come tale diventa questione antropologica. I militari, infatti, sono i primi ambasciatori di una cultura fondata sul rispetto della persona umana, autentici ministri della sicurezza e della libertà nelle situazioni più delicate e difficili (cfr. GS n. 79).
Ma come si colloca la presenza della Chiesa nel mondo militare? La domanda ripropone quel travaglio che da sempre accompagna la storia della comunità cristiana, perché segnata talvolta o da una prassi di distacco e rifiuto del servizio militare (alcuni testi del periodo sub apostolico e brani di Tertulliano montanista) o da una concezione, anche teologica, di accettazione “dell’andar soldati” anche da parte dei battezzati (Clemente Alessandrino, Ippolito Romano sino ad Ambrogio ed Agostino). «Certo coloro che si dedicano al servizio della Patria nella vita militare, – afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica al numero 2310 – se rettamente adempiono il loro dovere, concorrono veramente al bene comune della Nazione e al mantenimento della pace». In tale contesto si inserisce l’opera dei Cappellani militari, mandati ad annunciare e testimoniare il valore della persona e il valore della pace non viziati da pregiudizi ideologici e culturali o da interessi politici ed economici. Come non ricordare Semeria, Facibeni, Roncalli, Gemelli, Mazzolari, Minzoni, Todeschini, Bevilacqua, Pignedoli, Gnocchi, Chiavazza, Marcolini, Franzoni e tantissimi altri sino ai nostri giorni?
In realtà, la stessa chiesa Ordinariato Militare è chiamata ad animare, ispirare e orientare l’assistenza spirituale dei militari, come indicato dall’Istruzione della Sacra Congregazione Concistoriale, De vicariis castrensibus, del 23 aprile 1951; da quella della Sacra Congregazione dei religiosi, De cappellanis militum religiosis – Sacrorum administris, del 2 febbraio 1955; dalla Costituzione Apostolica di Giovanni Paolo II, Spirituali militum curae, del 21 aprile 1986; e dal Discorso di Benedetto XVI al V convegno internazionale degli Ordinariati Militari, del 26 ottobre 2006.
La revisione strutturale che assimila gli Ordinariati alle Diocesi, l’Ordinario al Vescovo diocesano e il Cappellano al Parroco obbedisce al criterio del servizio alle persone dei militari, i quali necessitano di una concreta e specifica forma di assistenza pastorale. Al tempo stesso, però, non va dimenticato che le persone a cui l’Ordinariato si rivolge non cessano di essere fedeli della Chiesa particolare in cui abitano e al cui rito appartengono. Ciò pone un’esigenza di comunione e coordinamento tra l’Ordinariato Militare e le altre Chiese locali, una coraggiosa pastorale integrata come criterio di giudizio per il futuro cammino degli Ordinariati Militari, unificati attorno alla persona umana da rigenerare in Cristo. Si evidenzia, così, l’obiettivo prioritario della cura dei fedeli, che è quello di rendere loro possibile di vivere in pienezza la vocazione battesimale e l’appartenenza ecclesiale. Mettere al primo posto le persone significa privilegiare la formazione cristiana del militare, accompagnando lui e i suoi familiari nel percorso dell’iniziazione cristiana, del cammino vocazionale, della maturazione nella fede e nella testimonianza; e contemporaneamente favorire le forme di fraternità e di comunità, come pure di preghiera liturgica e non, che siano appropriate all’ambiente e alle condizioni di vita dei militari.
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