Le mani della Chiesa

Omelia per la S. Messa in occasione delle Ordinazioni sacerdotali - Basilica Santa Maria Maggiore, 8 marzo 2008

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Carissimi,

saluto con gioia e commozione gli eccellentissimi Vescovi presenti, i Cappellani militari, particolarmente il Vicario Generale, gli Ispettori, i Vicari episcopali, i Capi servizio, il Rettore e il Padre spirituale e coloro che in questi anni hanno curato la formazione nel nostro Seminario.

Esprimo, poi, sentimenti di profonda riconoscenza ai Sacerdoti e alle Comunità parrocchiali delle Diocesi di origine dei nostri Diaconi (Gorizia, Potenza e Udine) e alle comunità parrocchiali di Roma, Cefalù, Firenze e Verona, nelle cui realtà pastorali Claudio, Giovanni, Marco e Pasquale hanno vissuto da Diaconi il loro tirocinio pastorale, dopo la ricca e intensa esperienza del mese ignaziano.

Un grazie alle Autorità militari e civili, alle consacrate, alle sorelle del PASFA, alle famiglie degli ordinandi e a tutti voi che pregate e ci siete vicini con l’affetto generoso e costante.

Cari fedeli,
desidero riascoltare con voi, in questa solenne Celebrazione, la parola di Gesù che ci chiama amici e invita a rimanere nel suo amore. Nella Cena degli amici l’istituzione dell’Eucaristia dà vita alla Chiesa.

Stamane il Signore, nella sua grande bontà, prende per mano Claudio, Giovanni, Marco e Pasquale, li attira a sé, dicendo: «Non temete! Non vi lascio, ma voi non lasciate me!».

«Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi» (Gv 15,9). Gesù è venuto proprio a narrarci l’amore del Padre; e per mezzo di lui si realizza l’aspirazione del salmista: «Mi venga in aiuto la tua mano» (cfr. Sal 118).

Le mie mani, come quelle di ogni sacerdote, col gesto sacramentale dell’imposizione tra poco, rivelano le mani di Gesù che ci dicono tanto di Lui. Sono mani che benedicono, che perdonano, che guariscono, che si lasciano trafiggere. Guardarle, amarle, entrare più profondamente nel mistero di un amore di un Dio fattosi uomo per incontrare le sue creature.

Quelle sono le mani della Chiesa nel cui mistero nasce il nostro ministero presbiterale. Ma cos’è la Chiesa? Io amo davvero la Chiesa? Anche dopo anni pare che ciascuno possa dire che effettivamente rischia di avere un’idea non sbagliata, ma un po’ vaga di Chiesa, sempre molto iniziale.

Eppure la Chiesa è vita che manifesta al massimo il rivelarsi e il perdurare dell’atto meraviglioso con cui Gesù formò originariamente il suo corpo dal seno della Vergine per virtù dello Spirito. Non è forse il Sacerdozio dono attraverso cui la Chiesa prolunga e presenta il Signore? Non c’è, perciò, alcuna bellezza nella comunità ecclesiale, e quindi nel sacerdote, che non sia un riverbero del fulgore del Risorto. Tutto è preso e derivato da Lui, che, senza pausa, rinnova nel ministero sacerdotale l’umanità, riconfermandola a sé.

In che cosa consiste, dunque, la missione sacerdotale che si riconosce prolungamento di Cristo nella Chiesa? È una sollecita ansia pastorale perché l’uomo abbia ad avere la coscienza di dipendere totalmente dal Cristo che rende liberi.

Quando guardo la Chiesa con l’occhio della Verità vedo cose straordinarie; quando comincio a chiudere questa visuale, e mi metto nel malumore, nell’angoscia, nella frustrazione, nella piccineria della mente, io vedo tante cose che non vanno e ne esco male, amareggiato, svogliato, perché ho sbagliato il punto di visuale. Con l’occhio della fede posso capire che non è solo ciò che vedo, ma anche quel mistero mirabile che non vedo, ma che è la radice di ciò che vedo.

E un presbitero non vivrà una posizione di equilibrio nel rapporto con la Chiesa finché non sarà riuscito ad amarla come Madre e Sposa di Cristo, diventando egli stesso Chiesa che pulsa con i battiti del cuore di Cristo. La Chiesa, perciò il Sacerdozio, non appartiene al tempo; è interamente sciolta da ogni temporalità, anzi addirittura un poco scettica nei suoi confronti. Il ministero sacerdotale, allora, è sempre stato l’avversario di ciò che è ritenuto attuale; il Sacerdozio non è e non sarà mai moderno.

Ciò difende il nostro ministero da ogni conflitto di diritti e poteri, di ambizione e carriera. Perché se non ci lasciamo portare dalla gioiosa fruizione dello Spirito nella comunità cristiana, dalla bellezza della Sua opera che è tutta all’interno, vivremo di risentimenti e denigrazione, rinfacceremo alla Chiesa e al nostro sacerdozio, che è immacolato in sé, la macchia del peccato che è in noi. Nella vita della Chiesa tutto quello che si offre si trova, e tutto quello che si possiede si perde. Per questo il sacerdozio è un miracolo quotidiano da custodire continuamente, convinti che quello che abbiamo ricevuto è sempre migliore di quello che cerchiamo.

 

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Data Inizio:     Data Fine:

08/03/2008