Carissimi,
«Siete voi la nostra gloria e la nostra gioia!» (1Ts 2,20). Vi saluto con le parole dell’apostolo Paolo e ringrazio il Signore per la commozione spirituale nel giorno in cui la Chiesa fa memoria annuale di Cristo che comunicò agli apostoli e a noi il suo sacerdozio.
Dalla nostra chiesa di Santa Caterina, rivolgiamo al Santo Padre intensi sentimenti di affetto, gratitudine e ammirazione per il suo prezioso ministero petrino a beneficio dell’umanità.
Un pensiero riconoscente, poi, desidero far pervenire ai sacerdoti ammalati, anziani e a coloro che, pur non avendo più le energie fisiche per l’esercizio ministeriale, restano guide forti esagge per la mia missione episcopale nella Chiesa Ordinariato Militare.
Cari amici, il Giovedì santo è il giorno di una seconda chiamata, non un’altra rispetto alla prima, ma l’immersione in quell’unica e definitiva della nostra Ordinazione sacerdotale.
Questa solenne celebrazione, perciò, può considerarsi come provvidenziale verifica del ministero che il Signore ci ha fatto comprendere, nel corso dell’anno, attraverso prove inedite, purificazioni dovute e gioie indescrivibili.
La nave, la caserma o l’aeroporto dove abbiamo esercitato il ministero, i fedeli della nostra comunità, il rapporto con il Presbiterio, la situazione umana e personale di ciascuno possono rivelarci o i tratti di un amore stanco o i segni di una relazione entusiasta che matura in noi e sostiene il nostro Sacerdozio.
In questi mesi ci sono stati giorni in cui la riflessione e la contemplazione hanno riempito di stupore il nostro cuore. Altri momenti ci hanno visto dubbiosi, impauriti e anche provati dal lutto, dal dolore e dalla malattia.
Se ci soffermiamo sul senso delle nostre molteplici esperienze pastorali, dobbiamo confessare che Dio ci educa a riconoscere che solo lui è il Signore; che nulla, veramente nulla (cose, persone, desideri, speranze) è “dio” nella nostra vita. Come Mosè, ciascuno è diventato «spettatore di queste cose, perché tu sappia che il Signore è Dio e non ve n’è altri fuori di Lui» (Dt 4,35).
Verifichiamo, allora, il clima interiore che ci ha accompagnati. Forse avvertiamo come l’amore di una volta per il Signore abbia lasciato il posto ad una crescente lontananza da lui, con la conseguente ricerca di soddisfazioni sensibili e, perciò, di tentazioni nuove nella via della povertà, castità e obbedienza; ad esempio, non voler dar conto a nessuno della nostra esistenza, che deve restare vita propria e indipendente; oppure lasciar perdere valori importanti e indebolire la parola del salmista che invita a salire il monte del Signore con mani innocenti e cuore puro o ancora chiudere la mente e il cuore nel rapporto fraterno con gli altri sacerdoti e nella fiduciosa collaborazione con il Vescovo.
Certo ognuno potrebbe dire di non aver sperimentato delle gravi infedeltà verso il Signore e la comunità. Ma non possiamo addomesticare il desiderio della perfezione. La mediocrità è una dimensione nascosta e subdola che ci mette fuori dal cammino di santità e fa vivere da uomini del sacro, attenti a salvare le apparenze dei nostri impegni, ma non certo a coinvolgere il nostro cuore nel mistero di Dio e nella carità pastorale.
Occorre riguardarsi da un paganesimo che spinge a scelte legate all’immediato o da un cristianesimo che riduce Dio a realtà posseduta e che non ha nulla a che fare con la nostra storia. E così il ministero diventa una funzione a lato della vita, una prestazione di compiti religiosi svolti in modo ineccepibile ma collocati in un’esistenza che procede in altre direzioni e mette al centro altro rispetto alla fede.
Spesso manca anche il coraggio di parlare di Dio a noi stessi e ai nostri fedeli, trascurando ogni argomento di vita spirituale. Eppure la memoria del ministero come grazia si sviluppa parlando del Signore anzitutto con se stessi per poi comunicarlo agli altri, perché se sono tentato di non parlare più di Dio agli altri, è forse perché non ne parlo più a me stesso. Dobbiamo risalire la china della superficialità, della consuetudine, della stanchezza, della pigrizia del nostro spirito con un atteggiamento vigilante e un più profondo legame personale a Gesù Cristo.
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