Carissime famiglie,
Cristo è risorto, è vivo! Vivo, non perché noi lo teniamo in vita parlandone, ma perché lui tiene in vita noi, ci comunica il senso della sua presenza, fa gioire, si ferma in mezzo a noi, donandoci la sua pace.
Il vangelo, ora ascoltato, parla delle piaghe che Gesù non nasconde ma mostra ai suoi apostoli, anche a Tommaso, l’incredulo, che è invitato a toccare le mani e il costato del Crocifisso Risorto. Piaghe che non avremmo mai immaginato, convinti che la Risurrezione avrebbe cancellato per sempre le ferite del Venerdì santo.
La Pasqua non annulla le stimmate del dolore; sono proprio le ferite a racchiudere e raccontare quell’amore eterno e incancellabile dell’Innocente, che ha donato la vita per la nostra salvezza. Ferite, perciò, non più sanguinanti e doloranti ma luminose cicatrici di vita nuova, capaci di guarire coloro che sono feriti, delusi, smarriti, schiacciati nella loro solitudine.
Ed è proprio attraverso le piaghe del Risorto che nasce quella potenza dall’alto, energia di guarigione in grado di aiutare altri nell’attraversare le stesse tempeste di malattia e di morte.
Il dolore insuperabile dinanzi alla morte, cari papà, mamme, mogli, figli, è superato dalla vicinanza del nostro Dio che si è trovato in essa per amore. L’angoscia per la perdita di una persona cara non può essere allontanata mediante la ragione, ma solo con la vicinanza del Risorto che ci ama. L’eternità fiorisce nella fiducia, non nell’ansia del ragionamento, e Dio non risponde al nostro bisogno di spiegazioni, se non con le piaghe che sono sorgente di felicità. La debolezza non è più limite, ma si trasfigura in opportunità.
Fissando, come i discepoli, lo sguardo del nostro animo nelle piaghe gloriose del suo corpo trasfigurato, possiamo capire il senso e il valore della sofferenza e lenire le tante ferite che continuano ad insanguinare l’umanità anche ai nostri giorni.
Come ci ha ricordato in questi giorni il Santo Padre, Benedetto XVI, nelle piaghe gloriose del Signore riconosciamo i segni indelebili della misericordia infinita del Dio di cui parla il profeta: «Egli è colui che risana le ferite dei cuori spezzati, che difende i deboli e proclama la libertà degli schiavi, che consola tutti gli afflitti e dispensa loro olio di letizia invece dell’abito da lutto, un canto di lode invece di un cuore mesto» (cfr. Is 61,1-3).
Se con umile confidenza – nonostante la nostra incredulità – ci accostiamo al Signore, incontriamo nel suo sguardo la risposta all’anelito più profondo del nostro cuore: conoscere Dio e stringere con lui una relazione vitale, che colmi del suo stesso amore la nostra esistenza e le nostre relazioni interpersonali e sociali. Per questo l’umanità ha bisogno di Cristo: in lui, nostra speranza, noi siamo stati salvati (cfr. Rm 8,24).
Quante volte le relazioni tra persona e persona, tra gruppo e gruppo, tra popolo e popolo, invece che dall’amore, sono segnate dall’egoismo, dall’ingiustizia, dall’odio, dalla violenza! Sono le piaghe dell’umanità, aperte e doloranti in ogni angolo della terra, anche se spesso ignorate e talvolta volutamente nascoste; piaghe che straziano anime e corpi di innumerevoli nostri fratelli e sorelle. Esse attendono di essere lenite e guarite dalle piaghe gloriose del Signore risorto (cfr. 1Pt 2,24-25) e dalla solidarietà di quanti, sulle sue orme e in suo nome, pongono gesti d’amore, si impegnano fattivamente per la giustizia e spargono segni luminosi di speranza nei luoghi insanguinati dai conflitti e dovunque la dignità della persona umana continua ad essere vilipesa e conculcata.
È la strategia dell’amore indicata dal Risorto: aprire il cuore,avvicinare il volto della sofferenza per non lasciar morire, non lasciare nessuno nudo, affamato, ammalato. E i nostri amati caduti in Iraq hanno donato se stessi, consapevoli che chi non ama non protegge, non difende e non accresce la vita.
Qual è la bellezza dell’animo se non fare del bene a chi odia, benedire coloro che maledicono, pregare per coloro che maltrattano? E quanto? Fino alla morte.
Come in tanti cristiani – non posso qui non ricordare il martirio del vescovo di Mossul, Mons. Rahho, così tristemente ucciso – così nei caduti di Nassirya si è manifestato in modo supremo l’amore di Dio. Essi hanno dichiarato al popolo iracheno: «Noi non siamo nemici, non abbiamo da difendere neppure noi stessi. È assurdo essere nemici».
I gesti di eroica carità degli italiani morti in Iraq sono il compendio di una esistenza intensa e coerente con il proprio ideale umano e cristiano, intenta a promuovere il progresso dei popoli, vero cuore della pace.
Per tre volte il testo evangelico di Giovanni parla di pace donata da Gesù. In questa esperienza di pace hanno creduto e ora respirano i nostri militari, che ci invitano a lasciar sgorgare dalle piaghe della esistenza quotidiana non più sangue, ma luce rasserenante e fiducia consolante.
La protezione di Paolo, a cui è dedicata questa meravigliosa basilica, e l’intercessione della Vergine Maria ci aiutino a guarire le ferite in profondità grazie al Risorto che viene ogni giorno in soccorso alla nostra debolezza e al quale va l’onore e le gloria per sempre.