Maria visita la nostra Chiesa

Omelia per la S. Messa in occasione della Dedicazione della Basilica Santa Maria ad Martyres, 13 maggio 2008

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Carissimi,

rivivendo con voi la festa liturgica della Beata Vergine di Fatima, desidero ispirarmi alla pagina biblica ascoltata, ricca di spiritualità. Nel vangelo, Maria percorre lo stesso cammino dell’Arca, trasportata a Gerusalemme (cfr. 2Sam 6,2-11); cammino, poi, intrapreso da Gesù, quando si diresse verso Gerusalemme per il compimento della sua missione (cfr. Lc 9,51).

Tutto è grazia

Il racconto della Visitazione è strettamente legato a quello dell’Annunciazione, non solo per il clima veramente umano, pieno di gesti di servizio, ma perché diventa la verifica del “segno” dato dall’angelo a Maria (cfr. Lc 1,36-37).

Il sussulto del Battista nel grembo della madre rappresenta l’esultanza gioiosa del popolo per la venuta del Salvatore. L’incontro delle due madri e del Messia con il Precursore sono l’espressione di un solo cantico di lode.

La Visitazione è la festa di questo atteggiamento di totale dono di sé che è proprio di Maria da quando sa di essere la madre di Gesù. Da allora, iniziano le continue visitazioni per portare aiuto, con una presenza umile, discreta e consolante.

Stasera, Maria viene ancora a visitare la Chiesa Ordinariato Militare per dirci e darci Gesù, colui che è grazia, cioè invito quanto mai personale e urgente alla conversione. Fatima parla, in primo luogo, di penitenza.

«Penitenza. Penitenza. Penitenza», che l’angelo con la spada di fuoco ripete per tre volte, non è altro che l’invito alla conversione fatto da Gesù: «Convertitevi e credete al vangelo» (Mc 1,15). Solo attraverso la conversione del cuore, infatti, è possibile ottenere la ricchezza dell’amore divino e non accogliere invano la grazia di Dio (cfr. 2Cor 6,1).

Si può, infatti, accogliere invano la grazia di Dio, cioè lasciarla cadere nel vuoto, ed è terribile. Questo avviene quando non si corrisponde alla grazia; non la si coltiva, di modo che essa possa produrre i suoi frutti che sono le virtù. Ci si prende gioco, così, della ricchezza della bontà di Dio, della sua tolleranza e pazienza, senza riconoscere che la carità divina spinge a conversione (cfr. Rm 2,4).

Che diremo dunque? Continuiamo a restare nel peccato perché abbondi la grazia? È assurdo! E ancora: Dobbiamo commettere peccati perché non siamo più sotto la legge ma sotto la grazia? È assurdo, perché ciò significa rispondere alla grazia con l’ingratitudine, quasi un voler fare coesistere vita e morte (cfr. Rm 6,1).

Dobbiamo, perciò, concepire un sano senso di timore e tremore davanti alla responsabilità che crea la grazia di Dio in noi. Non solo custodirla, ma coltivarla e crescere in essa di giorno in giorno.

Come ricordato nella lettura degli Atti, Maria viveva insieme agli Apostoli e ai discepoli del Signore. Il giorno di Pentecoste mentre erano radunati insieme, lo Spirito Santo scese anche su di lei rinnovando la stessa presenza che aveva attuato fin dal giorno dell’Annunciazione (cfr. At 1,14) e facendo di lei il modello unico della Chiesa. L’esemplarità di Maria si esprime nel lasciarsi possedere dallo Spirito, tanto da imprimere in questa passività, la sua attività più grande.

Perciò, nel brano degli Atti, Maria è certamente madre, ma pure figlia della Chiesa. Insieme a Pietro e Giovanni, unita agli Apostoli, Maria attende in preghiera il dono dello Spirito che renderà visibile la comunità dei credenti. Anche per lei si sono spalancate, il giorno di Pentecoste, le porte del cenacolo, invitando anche la Madre ad essere missionaria del vangelo. Da Elisabetta a Betlemme, dall’Egitto a Nazareth, dai paesi della Giudea e Galilea fino al Golgota, anche Maria è stata come i discepoli inviata in quei villaggi e città dove egli si sarebbe recato. Certo, i vangeli non narrano la missione di Maria e lasciano il compito ell’evangelizzazione ai Dodici. Ciò è evidente soprattutto se percorriamo la via di Maria.

Quale la missione della Madre se non quella di indirizzare tutto e tutti al Figlio? È questa la via di Maria, contemplativa del volto di Gesù? Il suo è stato uno sguardo continuo, penetrante, in virtù dell’esperienza di fede che ha potuto leggere nell’intimo il Mistero del Cristo. Ha potuto, perciò, conservarne, gelosamente, nel cuore i ricordi dell’infanzia, fino a percepirne i sentimenti nascosti ai piedi della Croce, per poi contemplarlo illuminato dalla gloria nella Risurrezione, ed infine nella effusione dello Spirito a Pentecoste.

La Vergine ripassava costantemente nel suo spirito e nel cuore tutto ciò che sapeva delle Scritture che le erano state trasmesse a voce. Ella ascoltava, memorizzava, scrutava e contemplava, accostando quello che aveva letto o inteso dai Profeti e ciò che accadeva in lei. Opportunamente Origene si chiedeva: «Quali parole la Vergine custodiva? (…) quelle che l’angelo le aveva rivolto, quelle dei pastori, quelle di Simeone e Anna, ciò che ora Gesù le diceva?».

Maria è venuta a visitare la nostra Chiesa, perché anche noi possiamo entrare con lei nel mistero del Figlio. Ecco l’impegno di pregare con il Rosario, che rimanda a questa coscienza meditativa e fa memoria della vita di Cristo. Si può pensare che questo pregare, ricordato dagli Atti, sia un approfondire alla scuola della Madre la meditazione dei suoi ricordi della vita del Figlio. Nel Rosario, alla Chiesa è concesso di imparare, non solo le «cose» che Gesù ci ha insegnato, ma soprattutto di «imparare lui».

Vergine Santa, a cui è dedicato questo tempio, prega con noi, prega per noi.

Data Inizio:     Data Fine:

13/05/2008