Militari chiamati a servire l'uomo e la pace

Avvenire, 2 giugno 2010

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1. Lei è reduce dal Pellegrinaggio internazionale militare a Lourdes. Come è stato vissuto questo importante appuntamento della Chiesa ordinariato?

Lourdes è stato per i quattromila militari italiani, accompagnati dalle loro famiglie, un dono di serenità e di pace profonda. Ci siamo immersi nel cuore di una mamma che era lì, alla grotta, ad aspettarci per accogliere le sofferenze, incoraggiare i propositi, sostenere le nostre speranze. Le giornate sono state vissute in un clima di preghiera silenziosa e prolungata. Momenti indescrivibili di fede, ossigenati dall’azione potente e invisibile dello Spirito Santo, che ha operato conversione e accresciuto il desiderio di cercare, scoprire e legarsi al Signore Gesù. Sorgente di questa grazia divina è stata la celebrazione comunitaria della Penitenza, che ha visto migliaia di giovani e famiglie toccati dalla benevolenza di Dio evidente sui volti raggianti e commossi. 

 

2. Qual è il contributo che il mondo militare può offrire alla Chiesa e quale quello che l’Ordinariato può offrire alle forze armate?

 

Mondo militare e Chiesa sono entrambi chiamati, secondo la rispettiva missione e con i propri fini e mezzi, a servire l’uomo, collaborando reciprocamente per difendere la dignità di ogni persona e promuovere il bene della famiglia umana, di fronte alle inquietanti problematiche dei nostri giorni. 

In particolare, le virtù che caratterizzano il militare, quali l’obbedienza, la disciplina, l’amore di patria, l’integrità, la serietà professionale, il sacrificio, il coraggio richiamano il progetto di Dio sulla storia. La Chiesa Ordinariato, accompagnando i militari a scoprire e approfondire l’origine della dignità della persona, creata a immagine e somiglianza di Dio, serve la pace, che è possibile solo se gli uomini si riconoscono reciprocamente titolari di diritti inalienabili, connessi con la loro natura originaria. 

 

3. Lei, in occasione dei recenti funerali di Massimiliano e Luigi uccisi in Afghanistan, ha usato parole di sostegno alla missione cui erano stati chiamati. Cosa risponde a chi, anche nel mondo cattolico, giudica non positivamente il ruolo dei nostri soldati in quel Paese?

Le missioni di pace sono una questione d’amore per dare dignità e democrazia a chi piange e soffre nelle terre più dimenticate. La pace deve essere fondata sul senso dell’intangibile dignità umana, sul riconoscimento di un’incancellabile e felice eguaglianza fra gli uomini, sulla fraternità umana. Di qui la responsabilità di proteggere. Se uno Stato non è in grado di proteggere la propria popolazione da violazioni gravi e continue dei diritti umani, come pure dalle conseguenze delle crisi umanitarie, provocate sia dalla natura sia dall’uomo, la comunità internazionale è chiamata a intervenire, cercando ogni possibile via diplomatica e prestando attenzione e incoraggiamento anche ai più flebili segni di democrazia e riconciliazione. Il sacrificio dei nostri militari non è vano, non solo per l’Afghanistan, ma anche per l’Italia e il mondo intero. Ignorare il pericolo terrorista non allontana la minaccia, ma la porta nelle nostre città. La rinuncia a pensare il mondo di là del proprio interesse immediato, la sfiducia nell’azione umanitaria, la diffidenza verso ogni universalismo, tutto questo è la tomba dell’umanità.

 

4. L’Italia si appresta a festeggiare il 150° Anniversario dell’Unità. E’ prevista qualche iniziativa dell’Ordinariato al riguardo?

La ricorrenza del 150 dell’Unità d’Italia è un appuntamento che interessa molto da vicino la famiglia militare, per il grande contributo offerto alla storia d’Italia e alla crescita del Paese. Pertanto l’Ordinariato intende vivere quest’avvenimento con delle celebrazioni liturgiche presso alcuni Sacrari risorgimentali e, in occasione dell’Anniversario di Fondazione dell’Ordinariato militare, nel mese di marzo, un convegno sul “Contributo dei cattolici all’Unità e alla solidarietà in Italia”, perché le lacrime e il sangue del nostro popolo non siano offesi da egoismi e soggettivismi, che indeboliscono la responsabilità e l’impegno per il bene comune.

 

5. Cosa desidera per la Chiesa affidata al suo servizio episcopale?  

Desidero che l’Ordinariato impari, per mezzo dello Spirito, a non chiudersi sui propri privilegi. Sogno una Chiesa che non faccia previsioni sull’avvenire, calcoli economici, ipoteche egoistiche, ma, libera e generosa, sia sempre più consapevole che Gesù è l’unica ricchezza. Mi piace pensare, a conclusione di quest’Anno Sacerdotale, al cappellano come a colui che annuncia e contagia tutto e tutti della mistica della gratuità, anche scegliendo di non usufruire di alcuni istituti retributivi previsti dall’amministrazione statale, come quello dello straordinario.

 

 

 

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