L’ordinariato militare d’Italia celebra oggi, “in differita”, la giornata mondiale della pace. E’ l’occasione per chiedere all’arcivescovo Vincenzo Pelvi il significato, per la particolare Chiesa da lui guidata, del tema scelto da Benedetto XVI per la Giornata di quest’anno: “Libertà religiosa, via della pace”.
Eccellenza, intanto: qual è la missione della Chiesa Ordinariato militare?
La Chiesa Ordinariato ha come suo primo compito l’evangelizzazione, che mira ad annunciare e testimoniare Cristo e a promuovere nell’ambiente militare il Vangelo, perché le mentalità e le strutture siano sempre più pienamente orientate alla costruzione della pace.
Quale concetto di pace legge nel cuore dei militari che lei incrocia nel corso della sua missione?
Il militare del nostro tempo è protagonista di un grande movimento di carità nel proprio Paese come in altre nazioni. La pace è propriamente un atto di carità e non può essere trattata quasi fosse un problema impersonale, alla maniera dei problemi scientifici. Essa consiste nel sacrificare all’altro - straniero o nemico - il tutto della propria individualità, per dargli l’attenzione della mia persona e rendere omaggio a quella parte di verità, di giustizia o di umanità che egli porta in sé.
C’è un’etica nella professione militare?
Non possiamo aspettarci che una società mondiale pacifica emerga da sola dal tumulto di una spietata lotta di potere: dobbiamo lavorare, fare sacrifici e cooperare per gettare le fondamenta, su cui le generazioni future potranno costruire una comunità internazionale stabile e pacifica. Ogni militare è coinvolto in questo compito e, di conseguenza, è obbligato a informarsi e a formare la propria coscienza per essere in grado di fornire il proprio contributo a questo fine. Se adottiamo una politica di odio, di eliminazione di coloro che si oppongono a noi, di uno spirito di paura, di propaganda esagerata, di resa incondizionata e di puro nazionalismo, siamo già stati sconfitti dal male. In questa situazione la famiglia militare assolve un compito umile ma nobile e generoso, consapevole che la pace è tuttora debole, fragile, minacciata, più fondata sulla paura che sull’amicizia, più difesa dal terrore che dalla reciproca concordia fra i popoli.
Cosa pensa delle missioni internazionali di sicurezza?
La comunità internazionale, e in particolare l’Europa e l’Italia, sono tenute a fare la loro parte per promuovere pace, stabilità, disarmo, sviluppo e sostenere ovunque la causa dei diritti umani. Perciò è giusto intensificare le iniziative di cooperazione internazionale e partecipare alle missioni delle Nazioni Unite in aree di crisi. Procedendo con ragionevolezza e guidati dalla carità e dalla verità, il mondo militare contribuisce a edificare una cultura di responsabilità globale, che ha la radice nella legge naturale e trova il suo ultimo fondamento nell’unità del genere umano. Di qui l’esigenza di una concreta e rinnovata attenzione a quella “responsabilità di proteggere”, un principio divenuto ragione delle missioni internazionali. Se uno Stato non è in grado di proteggere la propria popolazione da violazioni gravi e continue dei diritti umani, come pure dalle conseguenze delle crisi umanitarie, provocate sia dalla natura sia dall’uomo, la comunità internazionale è chiamata a intervenire, esplorando ogni possibile via diplomatica e prestando attenzione e incoraggiamento anche ai più flebili segni di democrazia o di desiderio di riconciliazione.
Come superare le violenze provocate dal terrorismo e fondamentalismo?
Il terrorista è colui che ritiene assoluta la verità in cui crede tanto da legittimare l’uccisione di vite innocenti. Il fanatismo fondamentalista è contrario al concetto Dio, poiché strumentalizza non solo l’uomo, ma anche Dio, di cui si serve per i propri scopi. Nessuno può essere indulgente con il terrorismo e, ancor meno, lo può predicare. Profana la religione chi si proclama terrorista in nome di Dio. Resta attuale l’invito ai responsabili delle confessioni cristiane e delle grandi religioni dell’umanità perché collaborino per eliminare le cause sociali e culturali del terrorismo, diffondendo una maggiore consapevolezza dell’unità della famiglia umana.
Quindi, solo la libertà religiosa è via alla pace?
Dinanzi a persecuzioni, discriminazioni, atti di violenza e d’intolleranza occorre invocare la difesa dei diritti e delle libertà delle stesse comunità religiose. I leader delle grandi religioni del mondo e i responsabili delle Nazioni dovranno tutelare la libertà religiosa, in particolare difendere le minoranze, che non costituiscono una minaccia contro l’identità della maggioranza, ma sono al contrario un’opportunità per il dialogo e per il reciproco arricchimento culturale. La loro difesa rappresenta la maniera ideale per consolidare lo spirito di benevolenza, di apertura e di reciprocità con cui tutelare i diritti e le libertà fondamentali in tutte le aree e le regioni del mondo.