Padre Giovanni Minozzi una guida spirituale per il nostro tempo

Roma, 10 marzo 2010

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Nell’accostare la vita e il ministero di Giovanni Minozzi si resta ammirati ed entusiasti per la generosità del suo impegno, la straordinaria spontaneità e non comune simpatia nella comunicazione, la libertà interiore, ma soprattutto la sua profonda fede e una intensa vita di preghiera. 

La sua opera a favore dei militari, al fianco del Padre Giovanni Semeria, sin dai tempi della prima guerra mondiale, con l’apertura delle “Case del Soldato”, gli orfanotrofi, l’interesse per il rilancio sociale del Meridione si radica nella sua spiritualità, da cui ebbe origine quel vagabondaggio di carità umile, alla scuola di Gesù. 

Chi è il più grande si deve fare come il più piccolo, e colui che governa, come colui che serve (cfr. Lc 22,26-27). Questa dimensione di servizio, fortemente “balsamica”, riflette la ricca interiorità di Padre Minozzi. Chi si configura a Cristo diventa carne della Chiesa, nella quale la comunione donata e richiesta dal Signore assume anche una sua modulazione antropologica e sociale: dall’anima e dal cuore alle mani, ai gesti concreti della vita, alle iniziative intraprese, in una parola al dono reciproco e al servizio vicendevole.

Padre Giovanni lo si ricorda come un gigante intraprendente con programmi inerenti l’animazione sociale, amante della Patria, amico di uomini politici e di persone significative, ma la sua figura, grande e poliedrica, risalta per la cura dell’anima.

Termine e culmine di ogni sua iniziativa era Dio: «Senza vita interiore che sarai tu? Che potrai dare agli altri nel tuo apostolato? Se la tua parola non è eco della Parola vissuta amorosamente nel tuo cuore, che mai potrai ridire ai fratelli? Che mai creare? Anche la più splendida delle tue azioni sarà vuota e gelida, se non riuscirà improntata dalla fiamma che dentro segreta si brucia».     

Minozzi aveva la coscienza dei propri limiti e la conoscenza di sè fu il segreto di quella saggezza pastorale che non gli concedeva mai uno stato d’animo di evasione, di scoraggiamento o di lamento, nonostante i momenti di tentazione e di prova. Non limitò, perciò, mai la bellezza del ministero alla ricerca e alla conquista dei mezzi per costruire case o spazi di accoglienza per i più deboli e sfortunati, ma ebbe a cuore la fiducia nei mezzi soprannaturali. In questa prospettiva, il suo fu un ministero di seminatore. 

«Ecco, il seminatore usci a seminare. E mentre seminava…» (Mt 13,3-8). È singolare osservare Minozzi nel gesto ampio della mano che semina ovunque; è commovente riconoscere in tale icona la sua paterna compassione. E’ l’immagine della generosità divina, che si effonde su tutti perché tutti vuol aiutare e condurre alla gioia. E per garantire un qualsiasi raccolto nella stagione giusta, Padre Giovanni curava tutto, dal terreno al seme, da ciò che lo fa crescere a quanto ne ostacola la crescita; anche contro le imponderabili intemperie delle stagioni. La semina è solo il primo passo, ma deve essere seguito da altre ben precise attenzioni perché le due libertà, quella di Dio e quella umana, entrino nel mistero della salvezza.

Minozzi accompagnava, restando accanto a tutti coloro che vivevano la povertà del dopo guerra e che sembrano avere smarrito il senso della vita. Accompagnare per lui voleva dire saper identificare i pozzi: quei luoghi e momenti, quelle provocazioni e attese, ove prima o poi i giovani e gli adulti devono passare con le loro anfore vuote, con i loro interrogativi inespressi, con la loro sufficienza ostentata e spesso solo apparente, con la loro voglia profonda e incancellabile di autenticità.  

Egli divenne un indiscusso educatore, che offriva voglia di futuro e di novità, di rifiuto d’una concezione ripetitiva e passiva, noiosa e banale della vita. Si tratta di educare educandosi. Come? Per Minozzi, la più potente “forza di educazione” consisteva nel fatto che ciascuno in prima persona si protende in avanti e ricomincia a sperare. Educare, allora, significa aiutare l’altro a trovare la sua strada con lo sguardo non solo degli occhi ma del cuore, uno sguardo caldo, capace di infondere una fiducia che dice: tu mi interessi in questo momento più di ogni altra cosa; tu sei qui adesso e sei la cosa più importante per me. 

Il testamento di Padre Giovanni non poteva non essere che la consapevolezza dell’amore di Dio: «L’unico desiderabile, il tutto desiderabile è esclusivamente Lui, centro di tutte le cose, trascendente tutte le cose, e in tutte immanente, creatore onnipotente di tutto, sospiro dell’anima, anelito dell’universo: meta nostra e nostro palpito profondo, sola speranza, beatitudine sola». 

 

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