Cari amici,
quest’anno non potendo essere fisicamente accanto a voi per motivi di salute, mi è stata offerta l’opportunità di rivolgervi un messaggio tramite questa video - conferenza. Ben volentieri colgo la preziosa occasione per augurare a tutti e a ciascuno serenità e pace per il Santo Natale.
Penso a voi giovani, lontani dalle vostre famiglie per essere presenti in Afghanistan, in Libano, in Kosovo, terre che, nel loro cammino verso l’auspicata stabilità e riconciliazione civile, continuano a essere scenari di persecuzione, discriminazioni, violenza e attentati.
Natale:Dio diventa piccolo per noi, viene come un bambino bisognoso di aiuto e chiede il nostro amore. Il Signore si cala nel tempo e si fa uno di noi, uno con noi. E si fa carne nel pianto di un bimbo, nella fame di latte, nel desiderio di misericordia, nel bisogno di calore. Ancora spalle per la pecora smarrita, abbraccio per il figlio che ritorna, mano tesa che rimette in piedi l’uomo ferito, pianto commosso di fronte alla morte di un amico, cuore che cura le disgrazie di un cieco, carne trafitta in nome dell’offerta di tutta una vita, si farà pane... Questo Dio parla anche dopo duemila e più anni, attraverso la mia carne, la nostra carne, racconto concreto di un amore senza equivoci, dell’amore che non calcola, dell’amore che si appassiona per ogni vita umana.
Carissimi, per voi questo è un Natale più autentico, perché, Gesù viene a nascere nelle vostre tende e chiede di manifestare una presenza fraterna e amica per bambini, donne e uomini umiliati e terrorizzati. Dio ha tanto amato gli afgani, i libanesi, i serbi, gli albanesi da donare il suo Figlio, attraverso voi, figli di Dio, trasformandovi in scintille di amore e costruttori dell’unica famiglia umana.
Nonostante la differenza di età, di carattere, di vicende personali e familiari, voi insegnate alle vostre e nostre famiglie a vivere per una ragione che è più potente della stessa vita: una passione per l’uomo, chiunque sia e dovunque si trovi, perché sia riconosciuta la sua dignità.
«Non c’è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13). Voi donate la vita accettando, per amore, il rischio e il tormento di una condizione fatta d’incertezza e disponibilità. Sono i rischi della professione militare, scelta o almeno accettata, che si qualifica nel compito di difendere la giustizia e la libertà contribuendo alla pace del mondo intero. La pace va costruita giorno per giorno nelle coscienze e nei rapporti interpersonali, nella protezione dei più deboli e indifesi, delle tradizioni e dei valori spirituali di popoli.
Le missioni internazionali di sicurezza stanno permettendo di riscoprire la bellezza e la profondità della fede, in quei luoghi martoriati dove l’opera del Signore libera da ogni palcoscenico o riguardo umano. Con il vostro esserci, con il volto familiare e quel sovrappiù di umanità, collaborate a superare la paura del terrorismo e dell’emarginazione, riconoscendo quella parte di verità, di giustizia e di umanità che ogni uomo porta in sé. La vita è imperscrutabile e appartiene a un Altro, a Dio, che apre i cuori e allarga le braccia per il bene dell’umanità.
Continuate ad avere il coraggio di accettare l’altro così com’è, là dove si trova, con i suoi limiti, le sue originalità, senza sognarlo su misura di ciò che siamo noi o di ciò desidereremo che egli fosse. La differenza tra popoli è la speranza di ricchezza futura. Nulla andrà perduto di quello che fate per gli altri… non un sorriso, non una parola, non un gesto che non abbia a fruttificare in relazioni di solidarietà e stabilità sociale.
Come poter credere a un domani di pace se non fossimo in quelle terre a dichiarare che l’amore è l’unica via che pone fine alla vendetta e alle uccisioni. Il nostro Paese vi ringrazia uno per uno; è il mondo intero che ha bisogno di persone come voi, che ogni giorno donano qualcosa di eterno. Che la carità portata da Cristo, venuto bambino sulla terra, infiammi sempre più, fino a diventare capace di togliere dalla nostra civiltà la miseria e la guerra.
Purtroppo la pace è tuttora debole, fragile, minacciata, e, in non pochi punti della terra, violata. Essa è più fondata sulla paura che sull’amicizia; è più difesa dal terrore che dalla reciproca concordia fra i popoli.
Come celebrare un Natale sereno, senza considerare il problema della pace? Della pace vera, non di quella esaltata da un’ipocrita propaganda per addormentare l’avversario; non di quella retorica, che rifugge dalle indispensabili, pazienti, estenuanti, ma solo efficaci trattative; non di quella fondata sul precario equilibrio d’interessi economici contrastanti o sul sogno di orgogliose egemonie. La pace vera, fondata nella verità si costruisce non solo con rapporti tecnici, commerciali, culturali, politici tra i popoli, ma promuovendo rispetto, stima e collaborazione. Invece di vedere nel nostro simile l’estraneo, il rivale, l’avversario, il nemico, dobbiamo imparare a vedere l’uomo, una persona come noi, degna di attenzione e cura. Bisogna lasciare che cadano le barriere dell’egoismo e che l’affermazione di legittimi interessi particolari non sia mai offesa per gli altri, né mai negazione di ragionevole socialità. Andrà, perciò, sempre più consolidata la funzione degli organismi sorti per unire le Nazioni, in leale e reciproca collaborazione, per impedire le guerre e prevenire i conflitti, risolvere i contrasti con pazienti trattative e opportune convenzioni, per far progredire la coscienza e l’espressione del diritto internazionale e per dare alla pace stabile sicurezza e dinamico equilibrio.
Se oggi la società non è felice, è perché non è fraterna. L’uomo è tentato di adorare se stesso, di fare di sé il termine supremo del pensiero e della storia. Sta affermandosi una mentalità falsamente umanistica, imbevuta di radicale egoismo, perché chiusa alla conoscenza di Dio, fondamentalmente inquieta e sovversiva, perché non aperta alla luce e alla speranza eterna.
A Natale viene annunciata la pace agli uomini di buona volontà. E’ la buona volontà a possedere la chiave della pace. La difficoltà nasce dal fatto che questa chiave deve essere girata insieme dai responsabili di ogni Nazione. Un’esigenza, questa, che diventa preghiera affidata all’intercessione celeste dei nostri fratelli morti al servizio della pace, lontani dalla Patria. Nessuno può appropriarsi della loro morte e ascriverla a proprio onore. Quelle vite donate appartengono a Gesù, agli umili e ai piccoli, ai diseredati delle martoriate terre, dove i nostri giovani hanno vissuto.
Attraverso il dolore della separazione, noi italiani sperimentiamo di essere fortemente uniti nell’amore. A loro e alle amate famiglie il grazie per il grande cuore che continua a battere per noi, sempre presente, sempre tra noi. Anche per i nostri caduti restiamo in missione internazionale di sicurezza, discepoli di quella speranza non chiassosa né ambiziosa ma maestra, che insegna a non sottrarci al prossimo stanco, prigioniero, nudo, affamato. La speranza di un mondo senza guerra non è uno slogan né un sogno. La pace inizia quando non si passa oltre e non si fugge dinanzi a chi è morente ai margini della strada. Fuggire è veramente morire.
Carissimi,
l’augurio di questo Natale si fa invito a considerare un’altra pace, quella pace interiore e personale, che ogni spirito umano dovrebbe e vorrebbe avere dentro di sé, come luce della coscienza, espressione armonica della propria personalità, radice intima e feconda della pace esteriore.
La Vergine Maria, madre della famiglia umana, semini nei nostri animi la Pace del suo materno cuore.