Seminatori di speranza

Messaggio per la Giornata dell'Unità nazionale e delle Forze armate - Roma, 4 Novembre 2010

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La ricorrenza del 4 Novembre, Giorno dell’Unità nazionale e Giornata delle Forze armate, ci riporta alla memoria la tragedia della prima guerra mondiale, dolorosa pagina di storia intrisa di violenza e di disumanità, che ha causato la morte di milioni di persone, lasciando i vincitori divisi e le nazioni da ricostruire. Nessuno purtroppo riuscì a fermare quell’immane catastrofe: prevalse inesorabile la logica dell’egoismo e della violenza. Ricordare quei tristi eventi sia monito, soprattutto per le nuove generazioni, a non cedere mai più alla tentazione della guerra, spesso originata da ideologie di oppressione e repressione. 

Di fronte a ciò che è odio, sofferenza e morte è cresciuta, però, l’esigenza di educare alla pace il mondo militare nella convinzione che essa può essere raggiunta solo con il perdono e la riconciliazione, la conoscenza e il dialogo, il rispetto e l’accoglienza, la solidarietà tra individui e popoli. I militari, infatti, sono chiamati ad essere i primi ambasciatori di una cultura fondata sulla dignità di ogni uomo e di tutto l’uomo, autentici ministri della sicurezza e della libertà nelle situazioni più delicate e difficili (cfr. Gaudium et spes 79). 

La memoria di tanti militari e degli italiani della grande guerra che, con i sacrifici e le loro sofferenze, contribuirono non poco all’ideale dell’unità nazionale, ci ricordano che l’Europa, il mondo intero hanno sete di libertà e di pace.

  In tale contesto operarono i cappellani militari, mandati ad annunciare e testimoniare il valore della persona e il valore della pace non viziati da pregiudizi ideologici e culturali o da interessi politici ed economici. Come non ricordare Roncalli, Semeria, Minozzi, Bartolomasi e il contributo dei duemila e settanta cappellani, di cui novantatre caduti e cinquecentoquarantasei decorati perché  impegnati, ciascuno secondo le proprie sensibilità, ad accompagnare i militari con la forza dell’amore, offrendo se stessi, in assoluta libertà, così da  liberare la persona da ogni forma di esclusione ed emarginazione suscitando il coraggio del bene e la resistenza contro il male. 

Il dovere della memoria del loro appassionato e generoso ministero pastorale contribuisce ancora oggi a rendere sempre più umano l’uomo. Un uomo che possa essere di più e non solo avere di più, che impari non solo a vivere con gli altri, ma per gli altri. 

Occorre costruire insieme la vera civiltà, che non sia basata sulla forza, ma sia frutto della vittoria su noi stessi, sulle potenze dell’ingiustizia, dell’egoismo e dell’odio, che possono giungere sino a sfigurare l’uomo. E’ la consegna affidata dai cappellani di ieri a quelli dei nostri giorni.

 

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