L'Eucaristia per la vita quotidiana

Conferenza in preparazione al Congresso Eucaristico Nazionale di Ancona - Chiesa Santa Barbara, 16 febbraio 2011

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Carissimi,

dall’Eucaristia riceviamo la forza che ci fa riscoprire e riamare la vita quotidiana: è il senso del Congresso Eucaristico che si celebrerà qui ad Ancona nel prossimo settembre. Il provvidenziale evento offrirà l’occasione preziosa per una rinnovata consapevolezza del tesoro incomparabile che Cristo ha affidato alla sua Chiesa. L’Eucaristia celebrata può diventare, infatti, la radice e il segreto della vita spirituale dei fedeli, il grembo in cui è generata dal Signore e si mette al servizio dell’edificazione del bene comune.

Vorrei iniziare la mia riflessione ispirandomi alla figura di Elia (1Re 19, 4-8). «Ora basta, Signore!». Elia il più grande dei profeti, Elia che è come una lama di fuoco in Israele, Elia vuole morire. È braccato, deve fuggire, è ricercato e si addentra nel deserto. Stanco e scoraggiato grida: Basta, Signore. Prenditi questa vita. Non ce la faccio più. Ma il profeta sconfitto vede accanto a sé un angelo. Nella Bibbia l’angelo è segno dell’intervento di Dio, è realtà misteriosa che dà la certezza di non essere mai abbandonati, di non essere mai soli. Qualcuno è con te, capace di svegliarti dal sonno, e dirti: Alzati e mangia.

  Quante volte noi della famiglia militare, come Elia, vediamo attorno solo deserto. Quante volte il senso dell’inutilità, dello scoraggiamento, ci ha fatto esclamare: E’ tutto inutile. Non cambia nulla, non serve a niente essere testimoni del Vangelo. C’è solo deserto... Ma la parabola ricorda: ecco un angelo, c’è una mano che ti raggiunge. Elia guardò e vide una focaccia e un orcio d’acqua. Dio interviene. Solo un pezzo di pane e un po’ d’acqua, quasi niente. E invece sono gli alimenti primi, i più semplici, i più necessari. Dio si presenta così, perché il pane risveglia la forza e l’acqua risveglia il mio corpo. 

 L’affettività: l’icona dell’apostolo (Gv 21, 15-17)

La vita affettiva riguarda la dimensione più semplice e permanente della persona nell’interiorità e nel suo modo di relazionarsi con l’Altro, con gli altri, con l’universo . L’identità e la complementarietà sessuale, l’educazione dei sentimenti, la maternità -paternità, la famiglia e, più in generale, la dimensione affettiva delle relazioni sociali, le varie forme di rappresentazione pubblica degli affetti hanno un grande bisogno di aprirsi alla ricchezza della relazione e al legame tra generazioni . 

Ciò spinge a coniugare vita affettiva, razionalità e morale, di fronte ad una mentalità che spesso enfatizza l’emozione e l’edonismo, emarginando la ragione, la responsabilità etica. Assistiamo, infatti, a una tendenza che contrappone affetto e norma, passione (pathos) e ragione (logos) e riduce a pura emotività l’esperienza affettiva, concepita come tutta interna al soggetto, passiva e ingovernabile dalla volontà e dalla ragione. 

Eppure la vita affettiva è il luogo privilegiato del legame (re-ligo) e della responsabilità (re-fero) tra gli uomini, dove libertà individuale e vincolo sociale hanno la stessa dignità . 

  Sradicare l’affettività da una prospettiva di senso e percepirla come pura soddisfazione di un bisogno ridotto a ciò che si prova, porta a uno sbilanciamento degli aspetti emozionali a discapito dei valori che sostengono la dignità dell’uomo e di tutto l’uomo. La vita affettiva non può che essere, nella sua verità, una relazione eticamente orientata.

Cosa dice Gesù a riguardo? Prendo spunto dal legame affettivo del Signore con i suoi più intimi amici, in particolare, con Pietro. Gesù gli domanda la prima volta: «Simone, mi ami tu con amore totale e incondizionato?». Prima dell’esperienza del tradimento l’apostolo avrebbe certamente detto: «Ti amo incondizionatamente». Ora che ha conosciuto l’amara tristezza dell’infedeltà, il dramma della propria debolezza, dice con umiltà: «Signore, ti voglio bene», cioè «ti amo del mio povero amore umano». Il Cristo insiste: «Simone, mi ami tu con questo amore totale che io voglio?». E Pietro ripete la risposta del suo umile amore umano: «Signore, ti voglio bene come so voler bene». 


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