Il sacerdozio ministeriale negli scritti di Santa Caterina da Siena

Relazione ai Cappellani militari del Lazio - Roma, 27 aprile 2010

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In Caterina da Siena respirava uno spirito profetico perfetto e continuo. Unita totalmente a Cristo, si rivolgeva spesso ai sacerdoti e persino ai Pontefici «a nome di Gesù crocifisso» e «nel prezioso sangue suo», convinta che la salvezza del mondo dovesse cominciare da coloro che Dio ha chiamato ad essere luce e fuoco di amore in una terra segnata dal male. 

Voce chiara e potente, quella di Caterina, che per volontà di Dio risuona nella Chiesa e non finisce di stupire e di commuovere. Sta a tutti noi ascoltarla con riconoscenza. In questo anno dedicato dal Santo Padre alla santificazione dei sacerdoti, che camminando per la via del Verbo, tolgono la morte e rendono la vita al mondo (cfr. Orazioni XII,167) sembra veramente provvidenziale riflettere sul sacerdozio ministeriale negli scritti di Santa Caterina, pensando soprattutto al capitolo CXIX del Dialogo. I sacerdoti necessitavano di una profonda e impegnativa riforma. E’ un analisi veritiera, sostenuta da un grande amore per la gerarchia, per  riscoprire la dignità del sacerdozio, anche dinanzi alle tentazioni del maligno e a situazioni di peccato. 

Ella, nella sua vita come nella dottrina, non ha pensato che al Cristo, alla Chiesa e al Papa, ai sacerdoti, facendo di questo impegno il motivo centrale della sua esistenza.

Offrì, infatti, se stessa per la conversione dei ministri della Chiesa, sperimentando un calvario luminoso, un Getsemani di obbedienza alla verità, un calice di passione di cui inebriarsi. Si consegnò totalmente, generosamente, gioiosamente, senza riserve al Signore con i sensi, i pensieri, la volontà, il cuore con i suoi affetti. E il Signore scrisse nel suo intimo il sacerdozio del cuore fino alla trafittura e alla lacerazione delle membra, pronta a morire per la Chiesa mille volte al giorno, consumarsi nella sofferenza e gioire per la riforma della Chiesa.

Nel romanzo storico su Santa Caterina da Siena, l’autore Louis de Wohl, afferma che la Santa, tormentata dal dolore, ogni giorno si trascinava a San Pietro per pregare, magra e sottile come un ostia bianca da trasformare nel corpo del Signore. Soleva inginocchiarsi davanti al mosaico di Giotto raffigurante la barca di Pietro, scossa dalla tempesta, con gli apostoli accovacciati per la paura e Cristo che camminava sulle onde verso di loro.

  Caterina pregava per ore, chiedendo al Signore che ancora una volta venisse in aiuto della sua Chiesa. Era il tormento del suo corpo e della sua anima. Quante volte si era offerta per i peccati di tutta la Chiesa, immaginando che quel Cristo sulle acque prendesse la navicella con sopra l’umanità e se la mettesse sulle spalle e che lei si sbriciolasse sotto il peso sino a cadere inerme a terra. Qualcuno aveva da sempre acceso in lei il fuoco dell’amore verso la Chiesa in un periodo in cui gli uomini di Chiesa erano coinvolti e travolti da ribellioni, ipocrisie, scambi politici e calcolo snervante a cui Caterina ricorda la parola del Vangelo «cosa vale conquistare il mondo se l’uomo perde se stesso?». Uno spettacolo demoniaco che si faceva tristezza umana e supplica divina. 

Si, perché illuminata da Dio, comprese in quali difficoltà si dibatteva il clero e che da quei mali ci si poteva guardare soprattutto con la preghiera, la penitenza, una vita virtuosa e un singolare e continuo disprezzo di sé. Caterina scelse di consumarsi nel dolore per le indegne condizioni della Chiesa e anche se a stento leggeva o scriveva ebbe una lucidità insostituibile nel parlare tanto che religiosi e prelati, maestri di spirito e teologi venivano illuminati dalla sapienza spirituale del suo animo.

Per lei, la Chiesa non è altro che Cristo (cfr. Lettera 171) al quale si consegna come vittima per il clero e per il Pontefice (cfr. Lettera 371). Al dolce Cristo in terra (cfr. Lettera 196), nelle cui mani è custodito il sangue (e per suo tramite in quelle dei sacerdoti), si deve sempre amore e obbedienza; e chi non obbedisce a questo Cristo terrestre, che è una sola cosa col Cristo celeste (cfr. Lettera 207), non partecipa al frutto del sangue del Figlio di Dio. Né Caterina tace su quanto necessita per riformare i costumi della Chiesa, prima di tutto tra i sacri pastori, che con insistenza ammonisce: «Oimè, non più tacere. Gridate con cento migliaia di lingue. Veggo che, per tacere, il mondo è guasto; la Sposa di Cristo è impallidita, gli è tolto il colore, perché gli è succhiato il sangue da dosso, cioè il sangue di Cristo» (Lettera 16 a un grande Prelato). Certo impressiona il tono libero, vigoroso, tagliente con cui vengono ammoniti preti, vescovi e cardinali. I mali che Caterina denuncia con franchezza sono: l’amor proprio dominante, l’insensibilità della coscienza, la lussuria, l’avarizia, la superbia, la cura di interessi materiali, l’usura, e persino l’abuso dei sacramenti per raggiungere scopi malvagi. Perciò, «occorre sradicare dal giardino della Chiesa le piante fradice sostituendole con piante novelle, fresche e olezzanti». Era l’ideale supremo a cui aveva ispirato tutta la vita, spendendosi senza riserva per la Chiesa. Sarà lei stessa a testimoniarlo ai suoi figli spirituali sul letto di morte:«Tenete per fermo, carissimi, che io ho dato la vita per la santa Chiesa» (Beato Raimondo da Capua, Vita di S. Caterina da Siena, Lib. III, c IV).


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