Amare Dio è amare l’umanità e la creazione che Egli ama e nella quale chiama ad amare. È urgente volere, con desiderio sincero, che l’umanità si risvegli alla sua condizione di amata, assecondi e metta in pratica iniziative di pace e di giustizia, in modo che, soprattutto i meno provveduti, recuperino la loro dignità di persone, eredi della vita eterna.
Cosa è la carità se non aprire se stessi alla comunione, accogliere gli altri in sé, per essere e camminare insieme, nella medesima via, vivificati dalla stessa vita, nella contemplazione e fruizione della medesima verità? In realtà, la sclerosi della carità dipende, in gran parte, dalla presunzione che possa svilupparsi senza riferimento a Cristo.
La via della carità
Si sottrae all’esigenza della carità chi s’ispira a sistemi di vita estranei e lontani dal Signore, proponendo l’amore solo come norma di relazione interpersonale, dimenticando la partecipazione alla vita divina. Il contenuto caritativo, infatti, non può essere compreso solo in riferimento alla mentalità socio-culturale, senza considerare la legge naturale, “inclinazione” all’amore immesso dal Creatore nel dinamismo umano.
Non si può amare Dio se non si ama la storia che Egli riconcilia con Sé; neppure si può amare la storia nella quale è in atto una vocazione di riconciliazione senza vivere in amicizia con Colui che la compie. La dimensione divina e quella storica della carità sussistono, crescono e s’irradiano insieme.
Amare, in concreto, significa vivere in e come Gesù Cristo, darsi le condizioni per continuare e offrire iniziative di perdono, dialogo, accoglienza, di pace in un mondo lacerato dalle inimicizie e offeso da conflitti e odio. Lasciarsi orientare dall’amore che lo Spirito diffonde nei cuori, amare nell’amore nel quale ci ama, significa ubbidire alla legge anche come espressione di provvidenza per sé e per gli altri. La carità, infatti, non distrugge la legge, ma la porta a compimento attraverso condivisione e solidarietà.
Amare gli altri significa attuare ciò che si può e si deve fare, perché i meno fortunati si sentano effettivamente persone umane e collaborino nella costruzione del bene comune. La carità, infatti, potenzia la giustizia. Essa non distribuisce comportamenti; è capacità di personalizzare i rapporti, instaurare relazioni che tengano conto delle diversità. Come la luce, la carità fa risplendere ogni colore nella sua bellezza; essa è come la sorgente di ogni virtù, anzi una sola virtù con diversi termini: Dio, noi stessi, e il prossimo. Non c’è separazione, tanto meno opposizione, tra carità per Dio, per se stessi, per gli altri.
Chi ama non accusa le mancanze di comunione, lavora per superarle, perché la carità è fuoco e le creature, unite a Cristo, irradiano una forza di coinvolgimento simile a quella in cui esse stesse sono state trasformate. La carità è benefica e benevola, non può rimanere infruttuosa, è in espansione e va condivisa; crescono in essa solo coloro che ne assecondano il dinamismo, perdersi in e per essa è vivere da salvati. La condizione per accoglierla e crescere è la disponibilità a donarla. La si riceve quando ci si apre all’iniziativa di Dio in Gesù Cristo e si supera il peccato che isola, si vincono le resistenze che trattengono dalla sequela di Gesù che ha preso su di sé i peccati del mondo, li ha tolti via, vincendo nella sua carne le inimicizie (cfr. Ef 2,15).
Diventare prossimo, crescere nella compassione, portare gli uni i pesi degli altri è adempiere il Comandamento: «Io vi ho dato l’esempio: come ho fatto io, fate anche voi» (Gv 13, 15, 1Pt 2.21). Le persone da sole non possono ne riparare né accrescere il bene; più si uniscono a Gesù Cristo, più partecipano in Lui al processo di liberazione dall’ingiustizia e camminano nella via della carità. Ne consegue che se le persone e le comunità sono nel peccato, percepiscono meno il legame che le vincola reciprocamente quali membri dell’umanità.
La carità non è un risultato spontaneo ma è frutto di decisione perseverante e coerente, e soprattutto implorazione di misericordia e fiducia. Si nutre di preghiera, lode e contemplazione, mettendo in discussione le false convinzioni che danno sicurezza e inducono a ritenere di essere sempre e comunque nel giusto o di esserlo solo noi.
In realtà la forza della carità trova luce nella Croce, suprema rivelazione dell’amore di Dio che ama alla sua terribile maniera. La via della carità è la via della croce, la quale non è la condanna che il Padre riserva ai suoi fedeli, bensì la chiamata a restare nell’amore con cui Egli stesso ama in Gesù Cristo. Tutte le fasi della carità sono segnate dalla croce. Non c’è amore senza croce. I fedeli che amano Dio e il prossimo, anche se non bevono il calice della passione corporale, bevono tuttavia il calice dell’amore del Signore. Si beve il calice del Signore quando si custodisce la santa carità (S. Fulgenzio di Ruspe). Gli amici di Dio non possono non amare coloro che non amano e non si amano, patiscono il loro non amore e, feriti da esso, fanno scaturire dalla mente e dal loro cuore le iniziative di misericordia che concorrono a instaurare un clima di solidarietà e condivisione.
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