Rivolgo a voi tutti il mio cordiale saluto ed esprimo il più vivo apprezzamento per questo significativo seminario su “Etica del dialogo tra Difesa ed Industria”. Un tema complesso e delicato, su cui vorrei offrire, nel rispetto delle competenze, qualche riflessione alla luce della dottrina sociale della Chiesa, consapevole che in ogni scelta il primo capitale da salvaguardare e valorizzare è l’uomo, la persona, nella sua integrità.
Partirei da una considerazione per concepire l’etica del dialogo Difesa – Industria: l’attuale crisi economico-sociale non è una questione di crisi finanziaria. E’ una crisi morale, dove si cerca benessere senza lavoro; educazione senza morale; affari senza etica; piacere senza coscienza; politica senza principi; scienza senza responsabilità; società senza famiglia e fede senza sacrificio. Qual è la soluzione? Sostituire i “senza” con altrettanti “con” .
L’etica del dialogo è la concretezza, la sfida del “con”, dell’insieme. Un’ etica che si realizza non soltanto parlando o scrivendo ma soprattutto operando con lucido giudizio su quella che è: la non liceità di ogni armamento; la stretta relazione tra disarmo e sviluppo; lo sforzo nel controllo del mercato delle armi leggere che alimentano guerre locali e uccidono ancora troppe persone; il rilancio di un vero e proprio diritto alla pace; l’attenzione al terrorismo e alla sicurezza internazionale; la crescita dei settori biologico, chimico e nucleare in pieno sviluppo; la tendenza alla sovrapposizione tra economia civile e militare .
Come creare eticità nel rapporto tra Industria e Difesa? Darei, a riguardo, due chiavi di lettura per superare l’ottica del profitto da un lato e del risultato immediato dall’altro, aspetti che trascurano, forse, la condivisione di scelte strategiche per il bene comune.
La prima chiave di lettura ci viene dall’enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI, che invita a mettere in dialogo la sfera dell’economico e la sfera del sociale. La modernità ci ha lasciato in eredità l’idea in base alla quale per poter operare nel campo dell’economia sia indispensabile mirare al profitto ed essere animati prevalentemente dal proprio interesse. In caso contrario, ci si dovrebbe accontentare di far parte della sfera del sociale.
Questo concetto ha portato ad identificare l’economia con il luogo della produzione della ricchezza (o del reddito) e il sociale con il luogo della solidarietà per un’equa distribuzione della stessa.
In realtà, fare impresa è possibile anche quando si perseguono fini di utilità sociale e si è mossi all’azione da motivazioni di tipo pro-sociale. È questo un modo concreto, anche se non l’unico, di colmare il divario tra l’economico e il sociale, dato che un agire economico che, non incorporasse al proprio interno la dimensione del sociale non sarebbe eticamente accettabile, come è altrettanto vero che un sociale meramente redistributivo, che non facesse i conti col vincolo delle risorse, non risulterebbe alla lunga sostenibile: prima di poter distribuire occorre, infatti, produrre.
La dottrina sociale della Chiesa ritiene che possano essere vissuti rapporti autenticamente umani, di amicizia e di socialità, di solidarietà e di reciprocità, anche all’interno dell’attività economica e non soltanto fuori di essa o “dopo” di essa. La sfera economica non è né eticamente neutrale né di sua natura disumana e antisociale. Essa appartiene all’attività dell’uomo e, proprio perché umana, deve essere strutturata e istituzionalizzata eticamente (cfr. Caritas in veritate n. 36).
Accanto all’urgenza di mettere in dialogo la sfera dell’economico e la sfera del sociale, l’altra chiave di lettura è nella reciprocità. Potremmo dire che la reciprocità è il nuovo nome del dialogo.
La società non è capace di futuro se si dissolve il principio di fraternità; non è cioè capace di progredire se esiste e si sviluppa solamente la logica del “dare per avere” oppure del “dare per dovere”. Ecco perché, né la visione liberal-individualista del mondo, in cui tutto (o quasi) è scambio, né la visione statocentrica della società, in cui tutto (o quasi) è doverosità, sono guide sicure per farci uscire dall’accidia in cui la nostra società sembra bloccata .
Mercato e politica, Industria e Difesa necessitano di persone aperte al dono reciproco. La conseguenza che discende dal riconoscere al principio di gratuità un posto di primo piano nella vita economica ha a che vedere con la diffusione della cultura e della prassi della reciprocità. E’ da essa che la regola democratica trae il suo senso ultimo ed è in essa che la Difesa e l’Industria possono respirare con un nuovo slancio di pensiero che coglie la dignità trascendente dell’uomo.
Qual è la funzione propria del dono? Quella di far comprendere che accanto ai beni di giustizia ci sono i beni di gratuità e quindi che non è autenticamente umana quella società nella quale ci si accontenta dei soli beni di giustizia.
Qual è la differenza? I beni di giustizia sono quelli che nascono da un dovere; i beni di gratuità sono quelli che nascono da una obbligatio. Sono beni cioè che nascono dal riconoscimento che io sono legato ad un altro, che, in un certo senso, è parte costitutiva di me. Ecco perché la logica della gratuità non può essere semplicisticamente ridotta ad una dimensione puramente etica; la gratuità, infatti, non è una virtù etica. La giustizia è una virtù etica, e siamo tutti d’accordo sull’importanza della giustizia, ma la gratuità riguarda piuttosto la dimensione sovra-etica dell’agire umano perché la sua logica è la sovrabbondanza, mentre la logica della giustizia è la logica dell’equivalenza. Ebbene, Difesa e Industria, per ben funzionare e progredire nel dialogo, hanno bisogno di persone capaci di far rifluire nei circuiti della nostra società il principio di gratuità. Così ci guadagnano tutti: le famiglie, il Paese e l’umanità intera.
Senza pratiche estese di dono si potrà anche avere un’Industria efficiente e una Difesa autorevole, ma di certo le persone non saranno aiutate a realizzare la gioia di vivere. Perché efficienza e giustizia, anche se unite, non bastano ad assicurare la felicità delle persone.
«La gratuità è il lusso e il pane quotidiano di cui ogni uomo ha bisogno per diventare se stesso… Cosa potrà diventare un mondo dominato unicamente dall’utile?... Quanti sono coloro che osano parlare di un’economia del dono?» . Venga il tempo della gratuità: è l’augurio per l’Industria, la Difesa e per tutti noi.
Grazie per l’ascolto.