«Cari fratelli sacerdoti, perché la vostra sia una fede forte e vigorosa occorre alimentarla con un’assidua preghiera. Siate pertanto modelli di preghiera, diventate maestri di preghiera. Le vostre giornate siano scandite dai tempi dell’orazione, durante i quali, sul modello di Gesù, vi intrattenete in un colloquio rigenerante con il Padre. So che non è facile mantenersi fedeli a questi quotidiani appuntamenti con il Signore, soprattutto oggi che il ritmo della vita si è fatto frenetico e le occupazioni assorbono in misura sempre maggiore. Dobbiamo tuttavia convincerci: il momento della preghiera è il più importante nella vita del sacerdote, quello in cui agisce con più efficacia la grazia divina, dando fecondità al suo ministero. Pregare è il primo servizio da rendere alla comunità. E perciò i momenti di preghiera devono avere nella nostra vita una vera priorità. So che tante cose ci premono… Ma se non siano interiormente in comunione con Dio non possiamo dare niente neppure agli altri. Perciò Dio è la prima priorità. Dobbiamo sempre riservare il tempo necessario per essere in comunione di preghiera con nostro Signore».
«L’uomo non prega volentieri. È facile che egli provi, nel pregare, un senso di noia, un imbarazzo, una ripugnanza, addirittura un’ostilità. Qualunque altra cosa gli sembra allora più attraente e più importante. Dice di non aver tempo, di avere altri impegni urgenti, ma appena ha tralasciato di pregare, eccolo mettersi a fare le cose più inutili. L’uomo deve smettere di ingannare Dio e se stesso. È molto meglio dire apertamente: «Non voglio pregare», piuttosto che usare simili astuzie».
Un giorno, nei dintorni di Cesarea di Filippo in Palestina, Gesù rivolse una domanda a un gruppo di dodici uomini: «Voi chi dite che io sia?» (Mt 16, 15). È una domanda chiara e precisa, che anche oggi ci interpella. A dire il vero, all’inizio egli aveva chiesto una cosa più semplice: che cosa la gente diceva di lui. I dodici potevano allora limitarsi a riferire risposte di routine. Ma a Gesù non interessavano voci o slogans e nemmeno formule accuratamente soppesate di teologi di professione. Egli insiste nel suo desiderio di ri-cevere da noi una risposta autentica che impegni tutto il nostro essere. «E tu, che cosa dici tu?»: la risposta per ogni sacerdote viene dalla fede e dalla preghiera, l’una e l’altra, mai l’una senza l’altra.
Fede e preghiera
Noi consacrati siamo messi “a parte” per il servizio di Dio e l’edificazione del suo Regno. Troppo spesso, tuttavia, ci ritroviamo immersi in un mondo che vorrebbe mettere Dio “da parte”. Nel nome della libertà e autonomia umane, la preghiera è ridotta a devozione personale e la fede è scansata nella pubblica piazza. Talvolta una simile mentalità offusca la nostra stessa comprensione della Chiesa e della sua missione. Anche noi possiamo essere tentati di ridurre la vita di fede a una questione di semplice sentimento, indebolendo così il suo potere di ispirare una visione coerente del mondo e un dialogo rigoroso con le molte altre visioni che gareggiano per conquistarsi le menti e i cuori dei nostri contemporanei.
La fede inoltre ci insegna che noi siamo creature di Dio, fatte a sua immagine e somiglianza, dotate di una dignità inviolabile e chiamate alla vita eterna.
È in questa verità - il mistero della fede - che siamo stati consacrati (cfr. Gv 17,17-19) e chiamati a crescere, con l’aiuto della preghiera, nella quotidiana fedeltà alla sua volontà. «Se, poi, ci domandiamo come mai la fede, nonostante tutti gli sforzi pastorali, sembra spegnersi in un numero importante di persone, si può dare una risposta molto semplice: svanisce perché non viene più praticata... e la prassi della fede è la preghiera» (G. Bunge).
Il presbitero è uomo di fede che confida nel Maestro, ha fiducia in Lui, pensa nel Suo pensiero, si conforma al Suo progetto d’amore. Nell’obbedienza della fede convergono le potenzialità umane: l’affettiva, la conoscitiva, l’operativa; sub lumine fidei il sentire, pensare, volere, amare e agire trovano il modo fecondo di inserirsi in Cristo nella mediazione ecclesiale.
Lo Spirito stesso coniuga fede e preghiera, lex credendi e lex orandi. Dalla fede sgorga una preghiera autentica, non formale né rituale, che aiuta la comprensione delle parole rivelate e alimenta l’intercessione costante e l’invocazione unanime. La preghiera è sempre oratio fidei (cfr. Gc 5,15), cioè non soltanto preghiera che va fatta con fede, ma che discende dalla fede, manifestandosi come capacità espressiva della fede e modalità eloquente del credente.
L’orazione appare, perciò, dono di relazione, accoglienza e riconoscimento di una Presenza che decentra dal proprio “io” per lasciare che Cristo dispieghi la sua vita in noi (cfr. Gal 2,20). Un movimento di grazia quindi, nello spazio dell’alleanza con il Signore. «Io vivo delle mie sorgenti, il fiume vive del primo ruscello al fianco della montagna, l’albero vive delle sue radici, io vivo perché prego, perché attacco la mia bocca alla fontana che non viene meno, che è sempre disponibile. Noi siamo fatti per la felicità, ma in questa corsa della vita, in questa furia di vivere che ci prende tutti, non ci preoccupiamo di disinsabbiare dentro di noi le sorgenti profonde che sole danno la felicità» (Ronchi).
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