Ritorni il Volto nei volti

Festival Internazionale dello Spirito (Josp) - Fiera di Roma, 15 gennaio 2010

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Giornale e Bibbia, uomo e Dio, il catturabile e l’insuperabile, la storia e l’energia più forte del tempo, un volto e il Volto. Non una contrapposizione, ma l’esigenza di verità che tende a contagiare, ispirare, dare risposte al bisogno quotidiano che, se non ascoltato, trascina in forme di banalità e superficialità. 

L’uomo non può passare di moda. Perché ciò sia possibile occorre una svolta coraggiosa che dia un futuro sereno all’umanità, recuperando il primato dell’etica, intesa non solo come motivazione intima dell’agire individuale, ma soprattutto responsabilità nella famiglia, nella società, nello Stato.

Ma dove e come si contestualizza l’etica se non nel volto da capire, rispettare e accogliere? Alle troppe parole sull’io deve seguire il tu, il volto dell’altro. 

L’uomo, infatti, non passa di moda se comunica e si confronta con chi gli è accanto. Il volto diventa via per un etica del bene comune, un volto da capire in sede teorica, da rispettare in sede morale, da accarezzare in sede affettiva. Esso è la parte più indifesa, esposta, più rivelativa e deterrente (tanto che è difficile uccidere guardando in volto) e rappresenta l’opportunità per recuperare la bellezza della famiglia umana come comunità di volti. 

Questa è la pace: ogni relazione con l’altro, che nel volto viene a me e aiuta a prendere consapevolezza della mia identità personale. L’eccomi (ecco - me), rende la persona umile e disponibile, togliendo all’egoismo quel protagonismo subdolo che disgrega e uccide. Al contrario, se il mio volto vuole ridurre a sé ogni cosa, è arroccato sull’io, cosa resta all’altro se non di sottrarsi, di porsi contro, diventare nemico. 

E’ l’io il vero ostacolo alla pace, che necessita di gratuità e reciprocità, aldilà delle dinamiche dell’utile e dell’efficiente. Purtroppo il nostro peregrinare sui sentieri della storia è sin troppo inficiato da una domanda - profitto. Il volto, invece, è dono permanente, radicale, globale, sigillo con la tensione a farsi prossimo. Investire nella gratuità del volto, dà speranza al mondo, impastato di amore. Il futuro si gioca sulla comunione dei volti, non sulle leggi dell’universo e neppure sui beni di cui impadronirsi. La vicenda umana non può decifrarsi alla luce della scienza e della tecnica e situarsi apaticamente di fronte alle vicende storiche.

Depotenziare la pretesa del mio essere a porsi come padrone, smantellare la propria personalità, costruita male attorno all’io: questo è il domani della dignità umana, radicata su volti da rispettare e con cui comunicare.

Il volto è promotore e motivo di rinnovamento, non si può manifestare nell’egemonia dell’altro, non subisce l’altro, ma non sussiste nemmeno lui come sovrano dell’altro. Il volto diviene non solo il luogo della scelta etica e quindi del miglioramento, ma anche della letizia estetica del rapporto con l’altro volto. Così la natura relazionale del volto si riferisce anche alla storicità, oppure alla presenza del volto. Si tratta sostanzialmente della manifestazione dei principi morali divini nel mondo delle relazioni fra i fenomeni amici, ma in un modo estetico. Questa implica la fratellanza e ciò che attira e dà bellezza in una relazione.

  Il volto non è la maschera per proteggere il sé, ma ciò che ci porta all’altro, che si presenta come un infinito di modi possibili velati per me. Per questo ciò che nel volto si fa presente è l’infinito. Il volto si rifiuta di essere contenuto, posseduto o spiegato per la sua stessa essenza trascendentale. La relazione con il volto esige la coesione. L’espansività verso l’altro volto delinea meglio i lineamenti del proprio. L’appartenenza riempie di senso la propria identità e fa sì che il mondo si costituisca in armonia e pace. Questa comunione contiene l’incontro con il volto ed è il sacrificio dell’io.

  Il volto è l’essere predisposto nell’economia del sacrificio di sé, ma istituito in ogni caso come vittoria della propria vita. È una vittoria della propria vita sulla propria morte. È una morte di sé che promuove una vita nobile e superiore come qualità. Questo è un sacrificio che combatte i totalitarismi dell’io. Non si tratta di una tendenza all’autodistruzione, ma è l’amore per la vita, che va vissuta come unicità legata alla diversità dell’essenza, ma anche come compatibilità dialogica fra i volti. È la rivincita sul totalitarismo dell’io, che reintegra l’identità nella totalità, che riconosce la pienezza essenziale dell’io solo in relazione con l’altro volto.


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