Amore e Verità

Riflessioni sulla "Caritas in veritate" di Benedetto XVI Bergamo - Accademia Guardia di Finanza, 17 novembre 2009

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La terza enciclica di Papa Benedetto XVI, pubblicata lo scorso 7 luglio, alla vigilia del G8 dell’Aquila, ha come titolo Caritas in veritate. Dedicata interamente ai problemi sociali, contribuisce a seminare speranza in un momento in cui il mondo, preoccupato per la grave crisi economica e incerto sul futuro, avverte l’esigenza di fiducia. L’umanità non deve spaventarsi dinanzi alle difficoltà, ma trasformarle in occasione per dirigere gli avvenimenti in modo che cresca l’amore e la giustizia . 

Da una enciclica sociale, con rilevante attenzione alla tematica dello sviluppo, ci si potrebbero attendere analisi e riflessioni sui dazi, sulle dinamiche del commercio internazionale, sulle materie prime o sui prezzi dei prodotti agricoli, sulle percentuali di Pil da dirottare negli aiuti umanitari e così via. Si incontra, invece, un documento che, pur non trascurando questi e altri temi concreti, si sofferma a parlare dell'influenza che sullo sviluppo hanno il rispetto della libertà religiosa, la tutela della vita dal concepimento alla morte naturale, l’assolutismo della tecnica, l'atrofia della coscienza. Molti passi, poi, riflettono sui nessi profondi tra lo sviluppo e la prospettiva della vita eterna o la necessità di prendersi cura dell’anima, dal momento che la salute dell’anima è confusa con il benessere emotivo.

Il Papa delinea il progetto di Dio sull’umanità, la centralità della persona umana e la necessità di dare un volto umano a tutti gli aspetti della vita personale e sociale e quindi anche dell’economia perché questa serva l’uomo e non si serva dell’uomo, consapevoli che nessun ambito dell’impegno umano sfugge alla responsabilità morale. La grandezza di questa enciclica consiste  nel considerare le cose e il loro ordine secondo una vocazione che dall’eterno è iscritta nel cuore di ognuno.

 

La questione antropologica

Per Benedetto XVI nessuna questione che interessa l’uomo - dunque anche quella sociale - può prescindere da una visione antropologica ed etica. Se cambia il concetto di uomo e il modo con cui si interpreta la relazione tra uomo e natura, uomo e libertà, uomo e lavoro, uomo ed economia, cambiano conseguentemente il concetto di società, lo scopo del processo economico, le regole e gli obiettivi dello sviluppo. Ai problemi della fame e del sottosviluppo, della pace e della guerra, della genetica e dell’ecologia, dell’aborto e dell’eutanasia, dell’educazione, della democrazia e dei diritti umani si danno risposte diverse se dell’uomo si ha una visione spiritualistica e trascendente, oppure materialistica o tecnicistica. L’interrogativo fondamentale resta:  chi è l’uomo e qual è il suo destino.  

Certo l’uomo non può essere considerato il risultato dell’evoluzione cosmica. Assume oggi interesse il contributo delle neuroscienze che tendono a ridurre l’intelligenza e la libertà a funzioni dell’organo cerebrale, quindi a funzioni della materia-energia di cui è composta tutta la natura. Né l’uomo può essere considerato come un “oggetto” conoscibile e misurabile soltanto attraverso la conoscenza scientifica e l’applicazione dell’indagine sperimentale, negando così la sua dignità di “soggetto” . 

Gioca in oltre un ruolo decisivo il concetto di libertà. Intesa come valore assoluto, sganciato cioè da altri valori (ad esempio la vita, la giustizia, la solidarietà, che la possono misurare), la libertà finisce per schiacciare lo stesso individuo. Ogni desiderio individuale è preteso come diritto che la società deve garantire. In questa direzione si scivola inevitabilmente verso il nichilismo, la disgregazione dell’uomo e una società sazia e disperata, dove spadroneggia l’ingiustizia e la violenza.

Naturalmente nessuno nega gli autentici apporti della cultura del nostro tempo, né gli importanti contributi di questi saperi, come la conoscenza scientifica e lo sviluppo tecnologico, quali espressione delle potenzialità dell’intelligenza umana, e neppure si sottovaluta il valore della libertà, ma la domanda è se intelligenza e libertà, ragione e volontà, debbano essere lasciati a se stessi o orientati all’interno di un sistema di fini che sono “oltre” gli stessi orizzonti scientifici.    

  Ma l’uomo è persona che invoca in questo “oltre” il desiderio di aprirsi al mistero di Dio, contando solo su Cristo, al quale va riferita ogni autentica vocazione allo sviluppo umano integrale. Il Vangelo è elemento fondamentale dello sviluppo, perché ha a cuore la dignità di ogni uomo e di tutto l’uomo (cfr. n. 18).


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