Cari amici.
Il filosofo ebreo M. Buber scriveva: «Io distinguo nella storia del pensiero le epoche in cui l’uomo possiede una sua dimora dalle epoche in cui egli ne è senza. Nelle prime, l’uomo abita nel mondo come se abitasse una casa, nelle altre, egli è come se vivesse in aperta campagna e non possedesse neppure i quattro picchetti per innalzare una tenda. Nelle prime, il pensiero sull’uomo esiste solo in quanto è una parte del pensiero nel cosmo; nelle seconde, il pensiero antropologico conquista la sua profondità e, con questa, la sua indipendenza» . Se c’è una caratteristica che attraversa il nostro tempo è senza dubbio l’affermazione della centralità dell’uomo.
Una centralità dovuta al fatto che l’uomo oggi ha acquisito un potere tale di ridefinire l’umano, quale lungo la sua storia non aveva mai avuto. In tale situazione sarebbe un errore porre subito il problema delle regole che devono limitare o non quel potere. Queste, infatti, trovano la loro ultima giustificazione, nella risposta che noi diamo alle domande che cosa è l’uomo, che cosa vivo quando dico “io”, che cosa denoto quando dico “tu”? Percorrendo queste due tappe comprendiamo l’essere personale.
Il proprio io si manifesta a se stessi in grado eminente nell’atto libero di scelta. Nell’esercizio della propria libertà, l’uomo diventa consapevole di se stesso come causa in senso vero delle proprie azioni. L’uomo libero è causa sui non nel senso che uno è causa del suo esserci, ma nel senso che mediante i propri atti configura se stesso. Ciò genera l’esperienza della responsabilità, dell’imputabilità morale e giuridica dell’atto a chi l’ha compiuto, di esperienze spirituali come il rimorso e il pentimento.
1. La questione antropologica
L’attenzione alla persona che sceglie e agisce senza dipendere nella decisione dalle leggi e dai fatti del mondo materiale invoca la riflessione sull’etica, scienza del comportamento umano che consente di distinguere il bene dal male e, quindi, di realizzare i valori nei quali crediamo e ai quali siamo stati educati.
Quando parlo di etica mi riferisco a quella fondata sui valori profondi, sulla stessa concezione della natura umana, che richiama continuamente la legge naturale, inscritta nel cuore di ogni uomo e di ogni donna. Dei valori o della legge naturale, molti elementi sono presenti nel cuore di ciascuno, ma condizionati, in senso negativo, da un mondo dominato dalla moda, dalla pubblicità, da quello che fanno tutti, che tutti sfoggiano.
A nessuno, allora, sfugge che esiste una questione antropologica. Infatti, lo sviluppo delle scienze e delle tecnologie biomediche può mettere l’uomo interamente in mano all’uomo, rendendo manipolabile la sua stessa essenza. Una questione che sta a significare la capacità tecnica dell’uomo di decidere sulla vita e sulla morte, di produrre l’uomo in laboratorio, svincolandosi completamente dalla natura dentro cui il Creatore avrebbe inserito la propria sapienza.
L’uomo è un essere, se pur sottoposto al continuo divenire storico, rimane saldamente ancorato a qualcosa che permane, anzi a qualcosa di eterno, Dio. Si radica su un fondamento trascendente. E ciò è attestato dalla presenza durevole e incancellabile in noi della legge morale e della coscienza morale che questa stessa legge custodisce e rende eloquente.
Persona ed etica, infatti, si reclamano a vicenda, a tal punto che non c’è l’una senza l’altra. Come a dire che l’etica se, da un lato, trova nella persona ragionevole e libera il suo fondamento, dall’altro lato sospinge la persona a diventare sempre più persona. In questo senso l’etica è al servizio della persona: trova, cioè, tutta la giustificazione, la sua bellezza, la sua urgenza nel far sì che l’uomo sia veramente e pienamente uomo. Ciò suppone che si accetti l’esistenza di valori oggettivi, universali, immutabili; e perenni che vanno al di là delle singole persone, dei vari luoghi e dei diversi tempi .
In questo senso, immaginate se, nell’ambito etico, si dovesse seguire il soggettivismo e il relativismo ne deriverebbe un’interpretazione etica che fa dipendere i valori non da dati oggettivi, universali e immutabili, ma dal semplice sentimento o istinto del soggetto (singolo o associato); oppure nell’ambito cosiddetto democratico dalla posizione di fatto assunta dalla maggioranza delle persone; oppure ancora dalla cultura dominante in un determinato luogo o momento storico. L’esito inevitabile è quello di un’estrema varietà e persino di vere e proprie contraddizioni nelle risposte date ai diversi interrogativi. La verità morale può trovarsi esposta ogni giorno a tre sfide: il relativismo, l’amoralità e l’individualismo. La sfida del relativismo è la proposta di esistere rinunciando a quella ricerca della verità, che genera tutta la vita dello spirito; è la proposta di esistere, come se non esistesse la verità. Si nega così l’idea di un’unica verità e si propone di trattare ogni specifica visione del mondo come se fosse vera, utilizzandola a proprio piacimento come principio fondamentale di condotta pratica. È la seconda sfida con cui oggi ci si confronta: la sfida dell'amoralità. È la sfida di una proposta di vita, costruita da una libertà compresa e vissuta come potere di determinare la verità circa il bene della persona. La sfida cui oggi siamo chiamati a confrontarci è la proposta di vivere come se il bene non esistesse. Infine, la sfida dell’individualismo. Si esclude, così, il riferimento a una verità oggettiva, attribuendo a singoli individui o a gruppi sociali la facoltà di decidere del bene e del male, quasi a dire che la libertà umana crea i valori e gode di un primato sulla verità, al punto che la verità stessa sarebbe considerata una creazione della libertà. Ne consegue la nascita di modi di essere e stili di vita diversissimi, che convivono gli uni vicino agli altri, e le stesse questioni di senso sono attraversate da una crescente pluralità di punti di vista che le rendono sempre più questioni complesse.
Tuttavia al di là di queste sfide, è bene riferirsi alla coscienza (cum-scientia) per un buon governo di sé.
«L’uomo ha una legge scritta da Dio dentro il suo cuore; obbedire [ad essa] è la dignità stessa dell’uomo, e secondo questa egli sarà giudicato. La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell'uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità» (GS.16) .
Il concetto di coscienza non può essere frainteso ed evocato per giustificare il relativismo individualista. L’affermazione “decido secondo coscienza” esprime questa convinzione: l’agire ha nell’individuo la sua sorgente e si esaurisce in esso, mentre il riferimento a un ordine oggettivo è percepito come minaccia. L’etica, allora, serve all’uomo sia per scoprire che cosa è giusto e buono fare nella realtà concreta della vita, sia per compiere scelte che gli permettono di rimanere in pace con se stesso. Una persona che vuole la verità e la libertà si assume la responsabilità circa il capire-capendosi, il valutare-valutandosi, il decidere-decidendosi. La coscienza morale non si accontenta del dato (io sono così, la realtà è così, le altre persone sono così), ma cerca il compito e lo esplicita (io devo essere; con il mio intervento nella realtà devo essere…).
Leggi il testo completo nell'allegato