Innesto educativo

Lecce, Scuola di cavalleria - 1 dicembre 2010

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Cari amici.

La persona umana vive una condizione d’incertezza a partire dalle radici della sua esistenza. I principi spirituali di cui si nutriva e i punti fermi secondo cui si orientava, si sono oscurati e sono stati gradualmente erosi. E così la ragione si è auto mutilata, limitando il proprio esercizio alla ricerca scientifica; la libertà si è autocondannata, rifiutandosi di esercitarsi nella condivisione; la socialità si è ridotta a coesistenza regolata di egoismi opposti, proibendosi l’esperienza di un bene comune.

Questa condizione può causare nella persona, particolarmente, nel credente una grande debolezza di giudizio. Può trovarsi non raramente in grave difficoltà nel giudicare secondo la mente di Cristo ciò che sta accadendo. Diventa difficile coniugare assieme il credere col pensare, ciò che il credente celebra in chiesa, la domenica, con ciò che vive nel corso della settimana.

Ogni persona non è entrata privo di senso nell’universo dell’essere, affidata alla progettazione della sua libertà, neutrale nei confronti di qualsiasi realizzazione di se stessa. La vita non è un teatro nel quale ciascuno sceglie, prima di entrare in scena, di recitare qualsiasi parte. Noi siamo stati pensati dentro una relazione con il Trascendente. Nessun uomo è stato gettato in un deserto, senza indicazione di strade. Per quanto la barca della nostra vita sia sbattuta da venti in direzione contraria, nella nostra persona è posta una bussola che indica sempre il polo nord: essere in Cristo. Si tratta di un rapporto oggettivo, perché non dipende da me porlo; io mi trovo già relazionato a Cristo. Dipende da me se rimanervi oppure uscirne. La verità della persona umana è nella sua relazione con Cristo.

  Va aggiunto, poi, che la persona umana non è collocata in Cristo così come una casa è costruita su un terreno. Essa è un soggetto libero: la libertà è la dimensione costituiva fondamentale dell’esistenza della persona. In che senso? Il rapporto oggettivo diventa soggettivo mediante la libertà. È la libertà che realizza concretamente o concretamente non realizza la verità della persona, investendo il modo di pensare e di costruire il rapporto con gli altri. Individuando nel cuore l’organo dell’affezione, dell’attaccamento a una persona comprendiamo che fondamento dello stile educativo è l’educazione del cuo¬re. Il cuore è il luogo dove s’incrociano ragione, volontà, desideri e passioni. È intelligenza della realtà; è volontà che nasce prima di ogni scelta. 

 

1. L’itinerario educativo.

L’educazione della persona si realizza all’interno di una relazione inter-personale. Non si educa in generale; l’istruzione può essere data in generale, non l’educazione.

Ne deriva che non può esistere un itinerario educativo nel senso di un manuale d’istruzione applicando il quale la persona è educata. C’è però una costante, presente in ogni rapporto educativo, senza la quale l’atto educativo diventa impossibile.

Non esiste itinerario educativo vero che non salvaguardi il principio di autorità. L’esperienza fondamentale di ogni rapporto educativo è l’autorevolezza dell’educatore. Essa si basa e si sostiene sul possesso da parte dell’educatore di un’interpretazione della realtà e della vita, che ritiene vera, e sulla testimonianza circa il fatto che, vivendo secondo quell’interpretazione, i conti alla fine tornano. L’educatore è autorevole quando può dire: vedi, la vita è… ha questo senso… (interpretazione della realtà e della vita)… ti assicuro che vivo secondo questa interpretazione perché verifico ogni giorno che possiamo raggiungere ciò che il cuore dell’uomo desidera più ardentemente: la felicità. Appare chiaro che l’autorevolezza è più che l’amicizia ed è completamente diversa dall’autoritarismo; e più che la competenza... è una concreta testimonianza.

Qual è, invece, la situazione in cui noi ci troviamo oggi dal punto di vista dell’autorevolezza? L’educatore, spesso, non ha più una coerente e convinta interpretazione della realtà; oppure quella che possiede la ritiene dello stesso valore veritativo del contrario. In altre parole: se il dogma del relativismo, dell’amoralità e dell’individualismo insidia la coscienza dell’educatore, questi perde ogni autorevolezza.

La sfida del relativismo è la proposta di esistere rinunciando a quella ricerca della verità, che genera tutta la vita dello spirito; è la proposta di esistere, come se non esistesse la verità. Si nega così l’idea di un’unica verità e si propone di trattare ogni specifica visione del mondo come se fosse vera, utilizzandola a proprio piacimento come principio fondamentale di condotta pratica. È la seconda sfida con cui oggi ci si confronta: la sfida dell’amoralità. È la sfida di una proposta di vita, costruita da una libertà compresa e vissuta come potere di determinare la verità circa il bene della persona. La seconda sfida cui oggi siamo chiamati a confrontarci è la proposta di vivere come se il bene non esistesse. Infine, la sfida dell’individualismo. Si esclude, così, il riferimento a una verità oggettiva, attribuendo a singoli individui o a gruppi sociali la facoltà di decidere del bene e del male, quasi a dire che la libertà umana crea i valori e gode di un primato sulla verità, al punto che la verità stessa sarebbe considerata una creazione della libertà. Ne consegue la nascita di modi di essere e stili di vita diversissimi, che convivono gli uni vicino agli altri, e le stesse questioni di senso sono attraversate da una crescente pluralità di punti di vista che le rendono sempre più questioni complesse.

In realtà, il rapporto educativo esige una comunione di vita, uno stare con chi è educato. Non è forse questa una delle radici della disciplina militare?

Educare è testimoniare. La via dell’educazione è la via della testimonianza. E l’alternativa alla testimonianza è o l’egemonia (autoritarismo) o il disinteresse per il destino dell’altro (permissivismo). La testimonianza è il vero e il bene che risplende in una persona, e attrae.


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