«Grazia e pace a voi in abbondanza». Vi saluto con le parole della Prima Lettera di Pietro, dove troviamo l’orientamento per il nostro pellegrinaggio. Essa ci ricorda la grandezza della chiamata alla santità, che ci porta ad essere «concordi, partecipi delle gioie e dei dolori degli altri, animati da affetto fraterno, misericordiosi, umili» (1Pt 3,8). Come pellegrini cerchiamo «ciò che è prezioso davanti a Dio» (1Pt 3,4) per mostrare a tutti le ragioni di quella speranza che il Risorto infonde nei cuori.
È la nostra coscienza battesimale e vocazionale, che dobbiamo coltivare quale principio e fondamento di tutto il nostro esistere e operare cristiano. Abbiate una grande idea di voi, perché Dio nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per un’eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce.
In quale misura la speranza escatologica è viva e presente oggi nella Chiesa? Dobbiamo purtroppo rispondere che è piuttosto dimenticata. Si ha l’impressione che coloro che si ritengono cristiani non credono nella vita eterna o comunque la considerano un’appendice possibile. Non è affatto una prospettiva sull’orizzonte eterno che illumina il presente. In realtà il presente viene illuminato da principi buoni, ma non è letto in quell’ampiezza senza limiti che è l’eternità.
Perciò, Pietro si preoccupa soprattutto di aiutare i cristiani a essere irreprensibili in tutti gli stati di vita, ad avere una condotta esemplare in mezzo ai non credenti, così da evitare critiche o maldicenze. La comunità cristiana è chiamata ad essere integerrima, rispettosa delle leggi, capace di formare famiglie sane e operose, di vivere e lavorare in fraternità. «… siate tutti concordi, partecipi delle gioie e dei dolori degli altri, animati da affetto fraterno, misericordiosi, umili; non rendete male per male, né ingiuria per ingiuria, ma, al contrario, rispondete benedicendo; poiché a questo siete stati chiamati per avere in eredità la benedizione. Infatti: Chi vuole amare la vita e vedere giorni felici, trattenga la sua lingua dal male e le sue labbra da parole d'inganno; eviti il male e faccia il bene, cerchi la pace e la segua, perché gli occhi del Signore sono sopra i giusti e le sue orecchie sono attente alle loro preghiere; ma il volto del Signore è contro coloro che fanno il male» (3, 8-12).
Il significato del nostro pellegrinaggio risponde alla parola dell’apostolo: «Diventate santi in tutta la vostra condotta » (1Pt 1,15).
«In un’epoca di crisi o, meglio, nel cuore di una crisi epocale, non è permesso ai cristiani di essere tiepidi. I cristiani non hanno altro compito che la santità» (Simone Weil). Insomma, la santità è l’unica e vera strada di realizzazione di sé, senza alternative, possibile nel quotidiano con l’aiuto di Dio. Essa non è un sentiero estraniante dalla vita, non è un sentiero monastico che separa dal mondo; la santità del quotidiano entra nella scuola, nelle case, sale in aereo, va in nave, entra incaserma, si accosta a un malato, incontra i disperati, sa parlare con tutti.
Ma come si concretizza il cammino di santità? Attraverso tre passaggi:
- da una vita ripiegata sull’io a una vita centrata su Dio. Abbiamo ricevuto il sigillo dello Spirito Santo, l’impronta trinitaria. Ciò comporta un’impostazione diversa della vita: non come ricerca di sé, ma come dono di sé; non nella ricerca della propria gloria, ma nella ricerca della gloria di Dio. L’esodo da sé in Dio si concretizza nell’ascetica di ogni giorno per recuperare il senso della direzione e dei fini, perché è tanto facile cercare se stessi, la bella figura o la bella immagine, anche nelle opere di Dio.
- dai desideri di un tempo, quelli del mondo, al desiderio del progetto di Dio. La grande illusione, insinuata ogni giorno dal mondo, è l’oblio dell’eterno verso il quale il tempo è rivolto e nel quale il tempo si consuma. Il mondo non vuole la distruzione di Dio; è semplicemente idolatra; costruisce idoli a immagine dell’io, sostitutivi di Dio.
- il terzo passaggio verso la santità è il rifiuto della mediocrità. La cultura consumistica del nostro tempo distrugge in modo indolore la differenza, l’anelito verso l’alto, il desiderio di misure elevate. Ilario di Poitiers così scriveva: «Combattiamo contro un persecutore insidioso, un nemico che lusinga..., non ferisce la schiena ma accarezza il ventre; non confisca i beni per darci la vita, ma arricchisce per darci la morte; non ci spinge verso la libertà imprigionandoci, ma verso la schiavitù onorandoci nel suo palazzo; non colpisce i fianchi, ma prende possesso dei cuori; non minaccia ufficialmente il rogo, ma segretamente accende il fuoco della geenna;... afferma Cristo, per negarlo...; opprime gli eretici, perché non ci siano cristiani; costruisce chiese, per distruggere la fede» (Contro l’imperatore Costanzo 5).
L’omologazione va di pari passo con la mediocrità: perché il fare come fanno tutti gli altri addormenta la coscienza, narcotizza la visione realistica del bene e del male, lascia l’illusione di un’onestà passabile.
Faccio mie, perciò, e vi consegno con affetto le parole di Pietro: «Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1 Pt 3,15). Adorate Cristo Signore nei vostri cuori: coltivate cioè una relazione personale d’amore con Lui, amore primo e più grande, unico e totalizzante, dentro il quale vivere, purificare, illuminare e santificare tutte le altre relazioni. La speranza che è in voi è legata a quest’adorazione, a questo amore di Cristo, che per lo Spirito, come dicevamo, abita in noi. speranza di santità per voi e per tutta la Chiesa; speranza di apertura alla fede e all’incontro con Dio per quanti ricercano la verità; speranza di pace e di conforto per i sofferenti e i feriti dalla vita. E’ il mio augurio in questo momento di grazia e di benedizione divina.