Incontro con i Capi Servizio Interforze

Roma - Seminario, 23 giugno 2010

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Carissimi,

l’Anno Sacerdotale, appena concluso, ci ha aiutato a comprendere nuovamente la grandezza e la bellezza del ministero sacerdotale. Il sacerdote non è semplicemente il detentore di un ufficio, come quelli di cui ogni società ha bisogno affinché in essa possano essere adempiute certe funzioni. Egli invece fa qualcosa che nessun essere umano può fare da sé: pronuncia in nome di Cristo la parola dell’assoluzione dai nostri peccati e cambia così, a partire da Dio, la situazione della nostra vita. Pronuncia sulle offerte del pane e del vino le parole di ringraziamento di Cristo che sono parole di transustanziazione - parole che rendono presente Lui stesso, il Risorto, il suo Corpo e suo Sangue, e trasformano così gli elementi del mondo: parole che spalancano il mondo a Dio e lo congiungono a Lui. Il sacerdozio è quindi non semplicemente ufficio, ma sacramento: Dio si serve di un povero uomo al fine di essere, attraverso lui, presente per gli uomini e di agire in loro favore. Questa audacia di Dio, che ad esseri umani affida se stesso; che, pur conoscendo le nostre debolezze, ritiene degli uomini capaci di agire e di essere presenti in vece sua, questa audacia di Dio è la cosa veramente grande che si nasconde nella parola «sacerdozio». Certo, non mancano alcune preoccupazioni che toccano la nostra vita e il ministero.

  La prima è quella del secolarismo, che svuota lentamente le nostre chiese e ancor più le coscienze, che diventano legge a se stesse. Senza contare la silenziosa ma non invisibile corrosione che offusca talvolta la nostra testimonianza. Non pochi di noi hanno iniziato il loro ministero in una società religiosa per trovarsi poi in una religione della società costituita da un miscuglio di opinioni più che di fede.

L’altra preoccupazione che situazioni di infedeltà e scarsa onestà stanno offuscando la figura del presbitero, devastandone la credibilità e provocando in non pochi una crisi nelle coscienze e nell'intero corpo ecclesiale.

  In realtà, quanto avviene è sempre una provvidenziale opportunità di purificazione, un compito che ci accompagna verso il futuro e che, tanto più, ci fa riconoscere ed amare il grande dono di Dio. In questo modo, il dono diventa l’impegno di rispondere al coraggio e all’umiltà di Dio con il nostro coraggio e la nostra umiltà. Un prete è un mendicante che indica ad un altro mendicante il cibo per vivere. La povertà e l'umiltà sono il segno del divino, il segno che si porta la ricchezza di Dio al mondo. Per annunciare il potere di Dio sugli uomini, bisogna rinunciare al potere umano e all'autocompiacimento.

Essere sacerdote significa «perdere se stesso» per ritrovare pienamente se stesso (cfr. Lc 9,22-24). La sequela, ma potremmo tranquillamente dire: il sacerdozio, non può mai rappresentare un modo per raggiungere la sicurezza nella vita o per conquistarsi una posizione sociale. Chi vive il sacerdozio per un accrescimento del prestigio personale e del potere ha frainteso alla radice il senso di questo ministero. Chi vuole realizzare una propria ambizione, raggiungere un proprio successo sarà sempre schiavo di se stesso e dell’opinione pubblica. Per essere considerato, dovrà adulare; dovrà dire quello che piace alla gente; dovrà adattarsi al mutare delle mode e delle opinioni e, così, si priverà del rapporto vitale con la verità, riducendosi a condannare domani quel che avrà lodato oggi. Un uomo che imposti così la sua vita, un sacerdote che veda in questi termini il proprio ministero, non ama veramente Dio e gli altri, ma solo se stesso e, paradossalmente, finisce per perdere se stesso. Il sacerdozio - ricordiamolo sempre - si fonda sul coraggio di dire sì ad un’altra volontà, nella consapevolezza, da far crescere ogni giorno, che proprio conformandoci alla volontà di Dio, “immersi” in questa volontà, non solo non sarà cancellata la nostra originalità, ma, al contrario, entreremo sempre di più nella verità del nostro essere e del nostro ministero.

Il vero discepolo è triste non quando non è seguito dagli altri, ma quando lui non segue Cristo. La sua gioia, la sua realizzazione si misura sulla sua fedeltà al Signore, non sul successo terrestre, anche se un poco di successo non fa male e sostiene umanamente. La via dell’umiltà ci conduce a purificarci dal clericalismo, dall’idea cioè che tutto dipende dal prete, anche se sappiamo che non è facile distinguere tra quello che è “dovere” da quello che è “potere”.  

Il nostro stato di vita, proprio in questo momento di confusione, deve essere riconsiderato con chiarezza, fatto nuovamente nostro con rinnovata convinzione, presentato e vissuto non come obbligo, ma come un atto di amore verso il Signore. Confessiamo apertamente e riconosciamo pubblicamente che Gesù è nostro Signore, il cuore del nostro cuore, il nostro Tu, il nostro Tutto.

Vorrei concludere con una citazione che porta in alto. È di Mauriac: «Ma che cosa ci riserva il futuro? Quando si tratta di Chiesa le parole di vittoria e di disfatta non hanno più il senso abituale. Mai la sentiamo così inerme come nei suoi trionfi né così potente come nelle sue umiliazioni. Fino alla consumazione dei secoli vi saranno attorno alla croce lo stesso tumulto, lo stesso fermento di insulti e di scherni, soprattutto la stessa indifferenza di Pilato, lo stesso colpo di lancia al cuore inferto da una mano qualunque; ma vi saranno anche la stessa supplica del ladrone pentito, le stesse lacrime della Maddalena; e dinanzi a Gesù agonizzante l'atto di fede del centurione pentito e l'amore silenzioso del discepolo prediletto. A ciascuno di noi conoscere la parte che vuol fare in questo dramma eterno. A nessuno è concesso di non prendervi parte. Rifiutare di scegliere vuol dire aver già scelto» (Parole ai credenti, 62 ss).

Carissimi, la strada che ci indica il Vangelo è la strada della coerenza anche nelle situazioni più faticose ed aride. E’ la strada sicura per trovare la vera gioia. Maria, la serva del Signore, che ha conformato la sua volontà a quella di Dio, che ha generato Cristo donandolo al mondo, che ha seguito il Figlio fino ai piedi della croce nel supremo atto di amore, ci accompagni ogni giorno della nostra vita e del nostro ministero.

 

Data Inizio:     Data Fine:

23/06/2010