Una cosa ti manca

Meditazione per i seminaristi - Seminario, 18 gennaio 2007

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Un uomo cerca la strada per la vita. Si rivolge al Maestro di Nazareth. Gesù lo orienta ad osservare il Decalogo, soprattutto per ciò che riguarda l’impegno verso il prossimo. In effetti il Decalogo, espressione della volontà divina, rimane il codice di riferimento essenziale, capace di indirizzare alla vita eterna, ma quell’uomo ha sete di altro. Occorre un sussulto di novità. «Vieni e seguimi!» (Mc 10,21) è la novità del messaggio. È la persona di Gesù, è la sequela di lui a fare la differenza. Il Maestro è il “di più” ricercato. All’osservanza di una legge si sostituisce il fascino di un incontro. Gesù aveva conosciuto a fondo quell’uomo, grazie a quello sguardo carico di amore è possibile seguirlo ma con libertà interiore.
«È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno di Dio» (Mc 10,25). Sono chiare e terribili le parole del Signore. L’invito rivolto al tale del vangelo a lasciare quanto possiede non è tanto un problema di potere e denaro, ma di fede in colui che da ricco si è fatto povero fino ad assumere la condizione di servo (cfr. Fil 2,6-11). Dinanzi a Gesù che chiede di gettare la propria vita nel suo amore, restiamo perplessi e sbigottiti. Sì, perché nel vangelo non si parla solo di sequela ma anche di fuga dal Signore (penso agli episodi riguardanti i discepoli, prima e dopo la Pasqua). Ci vuole il coraggio della fede, appartenergli definitivamente e credergli senza ombra di dubbio. È, forse, quanto ci necessita. «Una cosa sola ti manca» (Mc 10,21). Anche a noi, come a quel tale, manca una sola cosa, ma decisi va: pensare in maniera evangelica la storia, il vissuto quotidiano.
In realtà, abbiamo molti beni, ma chissà se manchiamo dell’essenziale. Forse non riusciamo ad accorgercene. Invochiamo, infatti, quella sapienza del cuore per la quale Salomone prega e che va amata più della salute e della bellezza. Ma, a riguardo, Gesù mette un passaggio impossibile: la cruna di un ago.
Carissimi... cosa manca per questo passaggio? Il giovane del vangelo, turbato dallo sguardo impegnativo del Signore, se ne andò triste, poiché aveva molti beni. Non offendiamolo con il nostro pregiudizio. Egli ha capito meglio di ogni altro le esigenze della sequela e si è avvilito, perché ha misurato sino in fondo ciò che Gesù desidera da chi lo segue.
Ma noi abbiamo il coraggio del “sì”? E ciò è possibile scegliendo di essere poveri. «Una cosa sola ti manca» la povertà.
Ci sono alcune condizioni strutturali della vita di un seminarista che lo allontanano non poco dalla situazione di tanti poveri di oggi: disporre di un’abitazione, di una sufficiente garanzia economica per il domani. Si tratta di condizioni che possono liberare molte potenzialità per il servizio alle persone e la dedizione a tempo pieno per costruire il Regno di Dio sulla terra.
Eppure non sempre scegliamo di essere poveri e cresce l’affanno per i beni, l’attaccamento alle cose, la pretesa di continue sicurezze e del “mi è dovuto”.
Vorrei, al riguardo, annotare alcune tendenze per le quali non riesco a nascondere delle perplessità in rapporto alla prospettiva di una vita povera per le persone consacrate. Una autonomia/ indipendenza, che rischia di distanziarci dalla normalità delle condizioni di vita della gente che abita in una famiglia (chi in famiglia può permettersi di gestire la propria giornata senza rendere ragione a qualcuno di impegni, orari, spostamenti?).
La povertà di lasciarsi accompagnare nel bene e maturare nella santità di vita. Ci sono valori grandi da custodire che orientano a riconoscere che il vangelo di Gesù va nella linea della dipendenza e non della autosufficienza.  La stessa scelta di vita per essere servi dei fratelli va sostenuta con condizioni di vita povera.
Usciamo dalla nostra terra. Risuona sempre suggestiva e imperiosa la parola con cui Dio irrompe all’improvviso nella vita di Abramo: «Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò» (Gn 12,1). Essa si inscrive all’origine di una chiamata, invito ad incamminarsi verso una condizione-luogo che ha i tratti dell’inedito. Esiste, allora, una relazione tra povertà e sequela che deve tenere in evidenza il primato della fede. È per un atto di fiducia in Dio, nella fedeltà alla sua promessa che si sceglie di essere poveri. Affidatevi a Dio che si prende cura di voi, senza confidare nelle risorse e nell’accumulo di quanto possedete o potreste possedere.
«E Gesù fissatolo lo amò» (Mc 10,21). Sono io, Maestro buono, quel tale che tu guardi negli occhi con intensità di amore e chiami a un distacco totale. È una sfida. Ecco, anch’io, ogni giorno, mi troverò davanti a Te nella possibilità di rifiutare l’amore. Se talvolta sarò stanco e solo, non è forse perché non ti so dare quanto tu mi chiedi? Se talvolta sarò triste, non è forse perché tu non sei il tutto per me, non sei veramente il mio unico tesoro, il mio grande amore?
Continua, o Signore, nel mio cammino a fissarmi, perché entri per la cruna di un ago. Sembra impossibile? Donami, allora, l’umile certezza di credere che la tua mano sempre mi sorreggerà e mi guiderà là, oltre ogni confine, oltre ogni misura, dove tu mi attendi per donarmi null’altro che te stesso, unico sommo Bene.
O Vergine Maria, semina in noi la certezza che il futuro è Dio solo.

Data Inizio:     Data Fine:

18/01/2007