Carissimi,
siamo riuniti come la Vergine e gli apostoli in preghiera, in questo pomeriggio vigiliare di Pentecoste. Per noi la preghiera è come un crogiuolo in cui le nostre attese e aspirazioni vengono esposte alla luce della Parola di Dio, vengono immerse nel dialogo con Colui che insegna la verità tutta intera, allontanando ogni forma di menzogna e di egoismo (cfr. Spe salvi, 33).
Senza la dimensione della preghiera, l’io umano finisce per chiudersi in se stesso, e la coscienza, che dovrebbe essere eco della voce del Signore, rischia di ridursi a specchio dell’io, così che il colloquio interiore diventa un monologo fatto da mille autogiustificazioni. La preghiera, perciò, è garanzia di apertura agli altri: chi si fa libero per Dio e le sue esigenze, si apre contemporaneamente all’altro, al fratello che bussa alla porta del suo cuore e chiede ascolto, attenzione, perdono, talvolta correzione ma sempre nella carità fraterna.
La nostra Chiesa Ordinariato ha bisogno di anime oranti, di una perenne Pentecoste, fatta di vita interiore e di ascolto dello Spirito Santo, che prega in noi e per noi con gemiti ineffabili. Senza preghiera non c’è speranza, ma solo illusione. Non è, infatti, la presenza di Dio ad alienare l’uomo, ma la sua assenza. Parlare con Dio, rimanere alla sua presenza, lasciarsi illuminare e purificare dal suo Spirito ci introduce nel cuore pulsante della storia, che ha il suo senso nell’eternità.
Abbiamo bisogno tutti dell’onda di amore che lo Spirito semina nei cuori. Sì, è dello Spirito Santo che, soprattutto oggi, ha bisogno la Chiesa. A lui rivolgiamo una solenne invocazione: «Mio Dio, eterno Paraclito, ti adoro, luce e vita. Avresti potuto limitarti a mandarmi dal di fuori buoni pensieri, e la grazia che li ispira e li compie; avresti potuto condurmi in questo modo nella vita, purificandomi soltanto con la tua azione tutta interiore al momento del mio passaggio all'altro mondo. Ma, nella tua compassione infinita, sei entrato nella mia anima, fin dall'inizio, ne hai preso possesso, ne hai fatto il tuo tempio. Per la tua grazia, abiti in me in un modo ineffabile, mi unisci a te e a tutta l’assemblea degli angeli e dei santi. Più ancora, sei personalmente presente in me, non solo con la tua grazia, ma proprio con il tuo essere, come se, pur conservando la mia personalità, io fossi in un certo modo, assorbito in te, fin da questa vita. E siccome hai preso possesso del mio stesso corpo nella sua debolezza, anch’esso è il tuo tempio. Verità stupenda e temibile! O Dio mio, questo credo, questo so!
Posso forse peccare mentre sei così intimamente unito a me? Posso forse dimenticare chi è con me, chi è in me? Posso forse scacciare l'ospite divino per ciò che egli aborrisce più di qualunque altra cosa, per l'unica cosa al mondo che lo offende, per l’unica realtà che non è sua?... Mio Dio, ho una doppia sicurezza di fronte al peccato: primo, il timore di una tale profanazione, nella tua presenza, di tutto ciò che sei in me; e poi, la fiducia che la stessa tua presenza mi custodirà dal male... Nelle prove e nella tentazione, ti chiamerò... Proprio grazie a te, non ti abbandonerò mai» (J. H. Newman).
Vieni Santo Spirito.