Andiamo alla scuola del Figlio crocifisso

Lettera alle famiglie dei militari caduti nelle missioni internazionali per la pace - Roma, 12 novembre 2009

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Care mamme, papà, spose, figli e familiari tutti dei nostri militari deceduti nelle missioni internazionali per la pace,

l’Italia si inginocchia dinanzi a voi per il coraggio della vostra fede e la forza della vostra carità. 

Nell’incontrarvi, in questi ultimi tempi, avvolti nella nube del dolore, ogni parola è sembrata, e forse lo è realmente, inutile. Rimaniamo in silenzio, con le lacrime agli occhi e una profonda ferita nell’animo. Questo atteggiamento umano, naturale e spontaneo, visibile nel pianto e indescrivibile nel dolore, pur carico di intensità, si apre a spiragli di luce e a germi di consolazione. 

La sofferenza dei vostri volti non deturpa ma abbellisce il vostro cuore smarrito. L’esistenza non può essere solo sfigurata dal vuoto e dalla solitudine, ma trasfigurata da una Croce che ci è consegnata come mistero della vita. 

So che vi sentite traditi dal destino di morte che ha toccato i vostri figli, offerti sull’altare della pace, ma sono certo che continuate a credere nell’amore e, generando comprensione e perdono, annunciate speranza.

Col passare dei giorni, il vostro dolore diventa sempre più nostro e in questa condivisione la sofferenza viene penetrata dalla luce dell’amore. A piangere siamo in molti.

Gesù stesso piange con noi e, in questo luogo, non cancella le lacrime, ma contribuisce a dare un senso alla tristezza. Chi dona la vita la troverà… l’ideale dell’uomo è il dono gratuito di sé.

Dinanzi alla generosità dei “nostri” figli comprendiamo come la dignità non coincida con il potere o l’egoismo, ma con la capacità di perdersi perché l’umanità viva nella concordia.

Andiamo alla scuola del Crocifisso, che rappresenta gli uomini della terra. Sì, il Crocifisso non genera discriminazioni e raffigura tutti gli uomini, fratelli che devono amarsi. E’ la follia della speranza cristiana: il bene vince, la bontà vince e vince perché ha già vinto nel Figlio di Dio, morto e risorto.

Per aprirsi alla speranza bisogna mettersi ai piedi della Croce e contemplare quel  raggio di luce, un fascio che illumina tutta la storia. Gesù è sulla Croce, la Croce che abbiamo costruito tutti, e mentre è sulla Croce l’arroganza umana lo provoca: Se sei il Figlio di Dio, scendi dalla Croce e allora noi ti crederemo. Hai salvato gli altri, adesso salva te stesso (cfr. Mc 15,31-32).

Perché non è sceso? Non è sceso dalla Croce per dirci che Dio non è potere, arroganza e prepotenza. E’ rimasto sulla Croce, perché Dio è amore. La forza di Dio è la bontà che esplode nella Risurrezione di Gesù. 

Per i nostri giovani le missioni di pace sono una questione di amore; vogliono dire lasciare la propria famiglia, la propria casa, patria e lingua fino ad uno spaesamento intimo per ricercare e restaurare il volto di Dio - Amore nel volto di chi piange e soffre nelle terre più dimenticate. Nulla andrà perduto di quello che hanno fatto… non un sorriso, non un abbraccio, non una parola, non un gesto, non un bicchiere d’acqua...

Così deve essere anche per noi: una questione di amore, che associa gelosamente il proprio destino a quello dei più poveri ed abbandonati, nel sigillo della Croce. Questione di amore. Amore senza limiti. L’amore è più forte anche della morte e, per questo, nonostante le guerre, i conflitti, le ingiustizie, le persecuzioni e il sangue… continua ad insegnarci che vale la pena darsi senza riserve.

La speranza cristiana non è lo scansare la sofferenza, la fuga davanti al dolore, ma la capacità di accettare ogni tribolazione e in essa maturare, trovare senso mediante l’unione con Cristo, che ha sofferto con infinito amore (cfr. Spe salvi, 38). Il nostro dolore, così, si riveste di consolazione. 

 

Amate famiglie,

non siete sole e non lo sarete mai. La vostra capacità di aver accettato la perdita di un figlio per amore del bene, della verità e della giustizia è radice di una misura alta dell’umanità, dove la verità e la pace sono al di sopra di tutto.

La speranza evangelica, però, come sapete, si nutre di preghiera. Se non vi ascolta più nessuno, Dio vi ascolta ancora. Se non posso più parlare con nessuno, più nessuno invocare, a Dio posso sempre parlare. Se non c’è nessuno che possa aiutarvi, Egli può aiutarvi (cfr. Spe salvi, 32). La speranza diventi preghiera e la nostra preghiera diventi speranza, che illumina la notte dell’angoscia e del rimpianto e allarga l’animo all’incontro con il Signore, a cui tutto è possibile. 

 

Care mamme,

vi è stato tolto un figlio. Come la mamma addolorata, mentre vivete l’ora della Croce, accogliete una nuova maternità: siate madri di tutti i giovani che dedicano la vita allo sviluppo e alla pace dei popoli. La spada del dolore vi ha trafitto. C’è buio nelle vostre giornate, nelle vostre case e nella storia quotidiana e il mondo sembra scorrervi accanto senza significato e meta.

  Gesù vi dice: Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore (cfr. Gv 14,27). Ricordate che il servizio reso dai vostri figli resta un tratto incancellabile della vicenda umana, un evento scritto per sempre nella storia della pace, un patrimonio che deve arricchire di fiducia la stagione che ci è toccato di vivere.

Le anime dei nostri giovani, giusti perseguitati, ingiustamente uccisi, sono nelle mani di Dio, ma per chi ha fede: essi sono nella pace e la loro speranza è piena di immortalità.

Data Inizio:     Data Fine:

12/11/2009

Riferimenti