Carissimi presbiteri,
il denaro, oggi, sembra dare sicurezza, come tutti gli idoli promette libertà, ma poi schiavizza e disumanizza, conducendo l’uomo a dimenticare Dio e a non riconoscere nel volto dell’altro un fratello. Per questo è essenziale vigilare, condurre una dura lotta non fuori, ma dentro se stessi, contro le tentazioni, i pensieri e le suggestioni che conducono all’avarizia. Al contrario di una mentalità fondata sull’apparire e il possedere, è attraverso ciò che non abbiamo che noi possiamo mostrare ciò su cui fondiamo la nostra vita e rendiamo visibile la potenza della Parola che salva.
Nell’invio in missione degli evangelizzatori, nel racconto di Luca (cfr. 9,1-6), le parole di Gesù non riguardano tanto il contenuto dell’annuncio, ma piuttosto il come deve vivere e presentarsi chi annuncia: «Non prendete nulla» (v3). Infatti, se uno possiede cose, dà cose; quando non si ha nulla e si è ricchi solo del Vangelo, si dona se stessi e si ama.
Da qui nasce l’esperienza entusiasmante di una vita sobria, essenziale, che diviene segno della propria fiducia in Dio e di una comunione aperta, da cui nessuno è escluso.
«Non abbiamo portato nulla in questo mondo e nulla possiamo portarne via. Quando abbiamo di che mangiare e di che coprirci, contentiamoci di questo. Al contrario, coloro che vogliono arricchire, cadono nella tentazione, nel laccio e in molte bramosie insensate e funeste, che fanno affogare gli uomini in rovina e perdizione. L’attaccamento al denaro, infatti, è la radice di tutti i mali» (1Tm 6,7-10).
Come possiamo leggere noi stessi queste parole o spiegarle ai nostri fedeli? «Affrettiamoci a passare dai sacerdoti del faraone, che hanno un possedimento terreno, ai sacerdoti del Signore, che non hanno porzione sulla terra, ma la cui porzione è il Signore» (Origene).
In quest’Anno sacerdotale, convinto che la Chiesa non può essere privata della sua tipica forza di testimonianza della gratuità e generosità, è mio desiderio esortarvi a scegliere di non usufruire di alcuni istituti retributivi, previsti dall’amministrazione statale, come quello dello straordinario, che, se pur lecito, potrebbe non essere condiviso e impoverire nella cultura odierna la fiducia nella Provvidenza divina.
Radicati in questa sobrietà, possiamo veramente innamorarci della bellezza ed esprimere un vissuto quotidiano in cui godere del dono delle cose senza risultarne schiavi e tradurre il Vangelo della carità in pane di pace.
Affido alla Beata Vergine Maria, Causa nostrae laetitiae, l’impegno di liberare il nostro cuore dalla schiavitù di ogni idolo per renderlo sempre più dimora del Dio vivente. Con questo augurio, tutti abbraccio e benedico.