Le parole come paglia

Omelia per la S. Messa della Festa di San Tommaso D'Aquino - Napoli Basilica San Domenico Maggiore, 28 gennaio 2010

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Carissimi,

abbiamo ascoltato nel vangelo: «Consacrali nella verità; la tua parola è verità». L’invocazione di Gesù, nella cosiddetta preghiera sacerdotale, può anche tradursi: santificali nella verità; la tua parola è verità. In questo passo possiamo scorgere la fisionomia spirituale di San Tommaso e la bellezza della nostra santificazione. 

Ci sono due termini che attirano l’attenzione. Gesù dice: «Per loro io consacro me stesso». Che cosa significa? Gesù non è forse di per sé “il Santo di Dio”, come Pietro ha confessato a Cafarnao (cfr. Gv 6, 69)? Come può ora consacrare, cioè santificare se stesso?

Per comprendere ciò, dobbiamo rifarci alla Bibbia dove le parole “santo” e “consacrare/santificare” si richiamano reciprocamente.

“Santo”: con questa parola si descrive innanzitutto la natura di Dio stesso, il suo modo d’essere tutto particolare, divino, che a Lui solo è proprio. Egli solo è il vero e autentico Santo nel senso originario. Ogni altra santità deriva da Lui, è partecipazione al suo modo d’essere. Egli, Luce purissima è la Verità e il Bene senza macchia.

  Consacrare qualcosa o qualcuno significa quindi dare la cosa o la persona in proprietà a Dio, toglierla dall’ambito di ciò che è nostro e immetterla nell’atmosfera sua, così che non appartenga più alle cose nostre, ma sia totalmente di Dio. Consacrazione è un togliere dal mondo e un consegnare al Dio vivente; la cosa o la persona non appartiene più a noi, e neppure più a se stessa, ma viene immersa in Dio. Un tale privarsi di una cosa per consegnarla a Dio, la chiamiamo anche santità. 

San Tommaso parla della gratia sanctitatis e afferma che «santificare gli uomini è opera propria di Dio; è detto, infatti, nel Levitico, 22,32: “sono io, il Signore, che vi santifico”». Ma in che cosa consiste la santità? Ecco la risposta dell’Aquinate: «si chiama santità ciò per cui la mente dell’uomo applica se stessa e i suoi atti a Dio». Questa santità che ci dà Dio non è una perfezione sovrapposta alla natura umana e senza rapporto intrinseco con essa. Al contrario, la santità porta la natura umana verso la sua perfezione, se è vero che l’intelletto, il cui bene è la verità, non troverà riposo se non quando avrà raggiunto la conoscenza della «verità tutta intera» (Gv 16,13). Questa verità è la verità prima, cioè Dio.

Certo se amiamo veramente Dio, desideriamo conoscerlo di più e, più lo conosciamo, più lo amiamo; in questa circulatio fra operazione della volontà e operazione dell’intelletto, fra amore e conoscenza, fra carità e fede, consiste la contemplazione stessa.

Non ha forse Cristo detto di se stesso: «Io sono la verità» (cfr. Gv 14, 6)? E non è forse Egli stesso la Parola vivente di Dio, alla quale si riferiscono tutte le altre singole parole?

  Consacrali nella verità vuol dire, dunque, nel più profondo: rendili una cosa sola con me, Cristo. Lègali a me. Tirali dentro di me.

Essere immersi nella Verità e, così, nella santità di Dio significa per noi accettare il carattere esigente della verità; contrapporsi nelle cose grandi come in quelle piccole alla menzogna, che in modo così svariato è presente nel mondo; accettare la fatica della verità, perché la sua gioia più profonda è presente in noi. Quando parliamo dell’essere consacrati nella verità, non dobbiamo neppure dimenticare che in Gesù Cristo, Verità e Amore, sono una cosa sola. Essere immersi in Lui significa abitare nella sua bontà. L’amore vero non è a buon mercato ed oppone resistenza al male, per portare all’uomo il vero bene. Se diventiamo una cosa sola con Cristo, impariamo a riconoscerLo proprio nei sofferenti, nei poveri, nei piccoli di questo mondo; allora diventiamo persone che servono, che riconoscono i fratelli e le sorelle di Lui e in essi incontrano Lui stesso.

Cari amici,

San Tommaso dice che Dio non è l’oggetto del quale parliamo, Dio è il soggetto della teologia. Chi parla nella teologia, il soggetto parlante, dovrebbe essere Dio stesso. E il nostro parlare e pensare dovrebbe solo servire perché possa essere ascoltato, possa trovare spazio nel mondo il parlare di Dio, la Parola di Dio. 

In questo contesto mi viene in mente una bellissima parola della Prima Lettera di San Pietro 1,22, dove l’obbedienza alla verità purifica la nostra anima e guida alla retta parola e alla retta azione. Al contrario, il parlare per trovare applausi, orientandosi a quanto gli uomini vogliono sentire, parlare in obbedienza alla dittatura delle opinioni comuni è da considerarsi come una specie di prostituzione della parola e dell’anima.

Questo fa pensare alle ultime settimane della vita di san Tommaso, quando non ha più scritto e non ha più parlato. I suoi amici gli chiedono: Maestro, perché non parli più, perché non scrivi? E lui dice: Davanti a quanto ho visto adesso tutte le mie parole mi appaiono come paglia. Il grande conoscitore di san Tommaso, il Padre Jean-Pierre Torrel, ci dice di non intendere male queste parole. La paglia non è niente. La paglia porta il grano e questo è il grande valore della paglia. Porta il grano. E anche la paglia delle parole rimane valida come portatrice del grano. Ma questo è anche per noi, direi, una relativizzazione del lavoro e insieme una valorizzazione del nostro lavoro. E anche un’indicazione, perché il modo di lavorare, la nostra paglia, porti realmente il grano della Parola di Dio.

Che ammonizione, che esame di coscienza. Preghiamo e lavoriamo perché, sull’esempio di san Tommaso, sia sempre più vero che chi ascolta noi ascolta Cristo. Amen!

 

 

Data Inizio:     Data Fine:

28/01/2010

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