Carissimi,
la fede cristiana afferma che Dio è infinitamente buono e ha cura di tutte le creature, in particolare dei piccoli e degli indifesi. Perché allora tace dinanzi alle loro sofferenze? Sembra che il silenzio di Dio metta la fede a durissima prova quando si presenta la sofferenza umana, in particolare quella degli innocenti e dei giusti.
Ma Dio è venuto in nostro aiuto e, nella persona del suo Figlio Gesù, ha preso su di se la malvagità degli uomini, è morto per liberarci dall’inganno e dal peccato per renderci partecipi della sua infinita felicità. La sofferenza e la morte sono state riscattate dall’assurdo e hanno acquistato un senso nuovo. Così nessuna lacrima è versata invano e nessun grido si perde nel nulla, ma nel dolore e nella morte di coloro che per il bene dell’umanità sono uccisi, vittime della ferocia umana che non conosce limiti, si costruisce intorno all’albero della Croce, una solidarietà che vince ogni disperazione e morte.
«Perché Dio non interviene a liberare dal dolore le sue creature, che ha creato per la felicità e ama con infinito amore?» (Sal 67,6). Il Signore non ha paura di dialogare e di discutere, anzi come vero Padre apre il dialogo e, attraverso la voce del profeta Isaia, ci dice: «Su, venite e discutiamo» (Is 1,18).
Pietro Antonio Colazzo sapeva cosa significa morire di morte violenta e ogni giorno affrontava questa diffusa minaccia. Perché ha scelto di andare in quella terra martoriata? Ma allora non si potrebbe rimproverare anche a Gesù di aver cercato la morte affrontando coloro che avevano il potere di condannarlo? Pietro Antonio, come Gesù, non ha cercato la morte. Non ha però neppure voluto sfuggirla, perché giudicava che la fedeltà ai suoi ideali di libertà e di verità fosse più importante della sua paura di morire. Essere pronti a dare la vita è la prova decisiva di chi ama veramente. Al di qua di questo dono, noi non abbiamo ancora amato oppure non abbiamo amato che noi stessi.
«Su, venite e discutiamo…» Pietro Antonio, uomo giusto, è nelle mani di Dio. Anche se la sua morte è avvenuta in circostanze dolorose tali da sembrare una sciagura, in verità per chi ha fede non è così: egli è nella pace. Il distacco dai propri cari è un enigma carico di inquietudine ma, per i credenti, comunque esso avvenga, è sempre illuminato dalla speranza dell’immortalità. La fede ci sostiene in questi momenti umanamente carichi di tristezza e di sconforto: «Ai tuoi occhi la vita non è tolta ma trasformata e mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un’abitazione eterna nel Cielo» (Prefazio dei defunti).
Certo sperimentiamo che non mancano difficoltà e problemi in questa vita, ci sono situazioni momenti difficili da comprendere e accettare, ma tutto acquista valore e significato se viene considerato nella prospettiva dell’eternità.
«Su, venite e discutiamo…» Questo invito del profeta Isaia diventa una realtà concreta nella persona di Gesù che accetta di percorrere le nostre strade e di essere messo da noi in discussione. Come insegna il Vangelo, il più grande comandamento è : «Tu amerai». Il più grande tra gli uomini, dice ora, è colui che traduce l’amore nella divina follia del servizio: il più grande tra voi sia vostro servo. Voi siete tutti fratelli.
«Ma questa fraternità, gli uomini potranno mai ottenerla da soli? La società sempre più globalizzata ci rende vicini, ma non ci rende fratelli» (Caritas in Veritate, 19). Ecco perché ci vogliono uomini come Pietro Antonio desiderosi di costruire con il loro impegno professionale l’uguaglianza e stabilire non solo una convivenza civica ma una sola famiglia umana.
Le nostre missioni di pace, supportate dal lavoro prezioso e delicato dei servizi segreti, promuovono il bene integrale della persona umana, nel rispetto dei diritti fondamentali di tutti e in vista di una cultura universale di giustizia sociale.
L’intelligence non è un concetto astratto, ma si incarna in leali servitori dello Stato, come in Pietro Antonio, che ha messo quotidianamente a rischio la sua vita per una missione importante e cruciale come quella dei nostri militari, che in Afganistan, all’interno di una alleanza internazionale, sono impegnati a sconfiggere il terrorismo e restituire al popolo afgano la speranza di un futuro migliore di cui esso stesso sia l’artefice.
Molti non hanno avuto il privilegio di conoscere personalmente Pietro Antonio. Dalle testimonianze, però, ho colto in lui un innato senso di protezione nei confronti di quanti erano affidati alla sua responsabilità; ferito è riuscito ad aiutare gli altri italiani che erano nello stesso albergo a salvarsi, prima di essere ucciso.
Egli manifestava uno stile di calma decisione, di pacata incisività, e trasmetteva una serenità che gli derivava dall’esperienza, dall’intuito, dalla capacità professionale.
Una persona incline al dialogo e alla ricerca di un punto di incontro, un uomo mite, interiormente motivato, il cui tempo e le cui energie erano tutte per un lavoro che non si può raccontare e che fino all’ultimo respiro è stato tenuto segreto. Fratello premuroso, amico affettuoso, persona che ha scelto di essere di più e non di avere di più, che ha imparato non solo a vivere con gli altri, ma per gli altri: è il testamento che lascia alla nostra amata Nazione.
Sia la Vergine Santa a consegnare Pietro Antonio alle mani misericordiose del Padre celeste e ad introdurlo con gioia nella “Casa del Signore”, verso la quale siamo tutti incamminati. Nell’incontro con Cristo questo nostro fratello implori per noi, e specialmente per la nostra Patria e per la terra Afgana, il dono della pace. Così sia!