Carissimi,
i nostri occhi sono rivolti a te, o Signore. Sì, noi stiamo a guardare, come popolo che fissa il serpente sull’asta e resta in vita… Siamo attirati da Gesù sulla Croce per ottenere la salvezza. Per quanto atroce sia l’immagine del Crocifisso, ci sentiamo attratti da quest’uomo del dolore, incatenati nella nostra attenzione da questo fratello di ogni uomo che piange e soffre.
La salvezza sta in uno sguardo di consenso, di adesione, di obbedienza piena, mentre attraversiamo il deserto della stanchezza, dove manca il pane e l’acqua e un albero per riposarsi alla sua ombra.
Ma proprio nel tempo del deserto, il Signore ci parla e nel silenzio del suo amore ricorda che egli è guida ai nostri passi e ci conduce nella terra della verità e della libertà.
C’è il Signore e non possiamo lasciarci catturare dalle nostre paure, dalla tristezza che spegne la speranza, dall’incapacità di riconoscere la tenerezza del nostro Dio.
Ci sono serpenti micidiali sul nostro percorso: la voracità della carne, la pretesa degli occhi, l’arroganza della vita. Siamo tutti assaliti dalla forza seducente della tentazione che ci rende idolatri, ribelli e diffidenti. Ma Cristo crocifisso è il Segno liberatore. Il Padre lo ha donato perché potessimo diventare creature con lo sguardo verso l’alto, creature di lassù, dove non ci sarà più né lacrima, né lutto, né pena alcuna.
E noi, stolti e tardi di cuore, sfidiamo il Signore con fare presuntuoso; quasi infastiditi e delusi, gli diciamo, come quei farisei del vangelo di oggi: «Tu chi sei?».
Che io sono - Egli risponde - non chi sono. Bisogna lasciarsi amare dal Vivente che cerchiamo, fissiamo e contempliamo sulla Croce. E’ un’avventura possibile perché è stato innalzato, non solo sul monte, ma nel nostro cuore; piantato come albero rigoglioso su questa terra aquilana, benedetta dal Padre celeste.
Sì, sulla Croce portiamo le nostre fragilità e il nostro dolore; lì spezziamo ogni pretesa; lì laviamo ogni colpa; lì bruciamo ogni odio; da lì si sprigionano raggi di luce sull’oscurità dell’oggi. Cristo è crocifisso a noi e noi dobbiamo essere crocifissi a Lui: ecco la Pasqua, perché la nostra vita nella sua sia gradita al Padre.
Pasqua porta la buona notizia che, sebbene le cose sembrino andare peggio nel mondo, il male è già stato vinto.
Celebriamo la Pasqua non per interrogarci teoricamente su un evento misterioso e affascinante, ma per domandarci con umiltà quanto effettivamente la nostra vita sia vittoriosa sulla morte. Come non cogliere l’assenza di vita nella mancanza di gratuità, nei rapporti interpersonali; nella carenza di rasserenante affettività nelle famiglie; nella frettolosità delle nostre relazioni professionali sempre più banali e sbrigative; nella mancanza di perdono sempre più raramente concesso?
Come non cogliere la stanchezza di una società, gestita da una cultura utilitaristica e relativista, da una morale sempre più prossima al compromesso o a gettare la spugna, come se l’opinione pubblica fosse così predominante da non consentire alle coscienze di essere protagoniste libere delle proprie scelte evangeliche.
Pasqua è poca cosa se il canto della risurrezione non si trasforma in potenza che scuote e rigenera le tante aridità interiori, perché riprendano fiato e respiro. I segni della primavera di Dio non si misurano con le notizie dei giornali, ma con la limpidezza del bene e con la volontà di camminare avanti di uomini e donne che conoscono il linguaggio della risurrezione perché hanno sperimentato quello della Croce.
Il cammino della nostra giornata è deserto, Signore,
ma tu ci prendi per mano e ci accompagni.
A te che non scrivi sulla polvere delle pietre ma nei cuori
solleviamo lo sguardo fiducioso
e l’impeto della nostra rabbia, il fremito della nostra delusione
si plachi nel tuo costato aperto,
dove i nostri pensieri di amara delusione
si trasformano in sentimenti di pace
e la vita passata come oro nel crogiuolo del terremoto
possa sbocciare come fiore di mandorlo
nello scenario di un inverno piovoso e lungo,
ma non irreversibile.