Carissimi,
nell’intimità dell’Ultima cena, dopo aver rivolto ai suoi parole di sofferenza e tenerezza, di conforto e consolazione per l’imminente distacco, Gesù, commosso profondamente, apre il cuore al Padre per consegnargli se stesso e i discepoli.
La preghiera risuonata in quell’Ora e in quel luogo non si è spenta, ma sino alla fine dei tempi aiuta a comprendere una storia d’amore che si gioca in Dio stesso. Dio è amore e chi vive questo amore vive di Dio ed è in Dio, come Dio in lui.
Cosa chiede Gesù al Padre: «Consacrali nella verità. La tua parola è verità. Come tu hai mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro nel mondo; per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità».
Consacrali nella verità, cioè santificali nella verità. Consacrare qualcosa o qualcuno significa dare la cosa o la persona in proprietà a Dio, toglierla dall’ambito di ciò che è nostro e immetterla nell’atmosfera sua, così che non appartenga più alle cose nostre, ma sia totalmente di Dio. Consacrazione è dunque un togliere dal mondo e un consegnare al Dio vivente. Il sacerdozio ministeriale è un passaggio di proprietà; il presbitero viene tolto dal mondo e assunto in Dio, per consumarsi nel ministero.
«Consacrali nella verità; la tua parola è verità». Essere immersi nella Verità e, così, nella santità di Dio significa accettare il carattere esigente della verità; contrapporsi nelle cose grandi come in quelle piccole alla menzogna, che in modo così svariato è presente nel mondo. Unirsi a Cristo suppone la rinuncia, l’abbandono in Lui, ovunque e in qualunque maniera Egli voglia servirsi di noi.
Nella preghiera sacerdotale, il Signore ha pensato a noi, affidandoci al Padre con una impressionante sollecitudine: «Custodiscili nel tuo nome: io ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati… che tu li custodisca dal maligno».
Chiamati a celebrare il mistero della fede, misterium pietatis, non possiamo non contrastare il misterium iniquitatis, gli attacchi e le insidie del maligno. «Se il mondo vi odia, prima di voi ha odiato me… Se hanno perseguitato me perseguiteranno anche voi» (Gv 15,18.20). Gesù è particolarmente preoccupato della potenza del mondo e della possibile influenza sui discepoli. Nel mondo opera il tentatore che, con il suo spirito di menzogna, circuisce e combatte la verità che è Cristo.
Forse stiamo sottovalutando lo spirito del mondo, il diavolo che tante volte è padrone della nostra vita personale e s’insinua nel cammino della Chiesa. Non sempre, infatti, sappiamo discernere i sottili inganni del male dalla volontà di Dio. Il mondo delle libertà, delle uguali possibilità concesse a tutte le opinioni e modi di vivere ha un suo fascino. Abbiamo l’abitudine alla tolleranza, al permissivismo, alla laicità, alla trasgressione, alle mode che sono offerte come normali, al gusto dello scandalo e della sporcizia che sembra abbiano il diritto esclusivo di circolazione su qualsiasi mezzo di informazione. Mai, forse, l’alternativa al messaggio cristiano è stata tanto sperimentata, in forme così pervasive e diffuse, soprattutto all’interno della stessa comunità cristiana.
La vita cristiana è un pellegrinaggio, in attesa di una patria migliore. Noi cristiani siamo chiamati a vivere nella compagnia degli uomini ma a rompere con la mondanità. Non possiamo conformarci all’ideologia dominante né sottometterci alle potenze di questo mondo (cfr. Ef 6,12): restando fedeli alla terra, cerchiamo di conformare le nostre vite alla vita umana di Gesù. Nostro dovere è, dunque, prendere posizione riguardo alla mondanità: se infatti cediamo ad essa, non può esserci in noi l’amore che scende da Dio, perché quest’ultimo può solo risolversi in amore dei fratelli e delle sorelle, non degli idoli. La forza seducente della tentazione rende noi presbiteri martiri o idolatri (cfr. Origene, Esortazione al martirio 32,4-5).
Nessuno può servire due padroni (cfr. Mt 6,24), o si amerà Cristo o la mondanità. L’evangelista Giovanni fornisce un ritratto chiaro della mondanità: «tutto ciò che è del mondo - la voracità della carne, la pretesa degli occhi, l’arroganza della vita - non viene dal Padre, ma dal mondo» (1Gv 2,16). Voracità di ricchezza, di potere, di piacere, di gloria. Anche noi possiamo essere attratti a soddisfare il nostro egoismo, trasformarlo in bisogno impellente, spinti alla brama di possesso. L’accumulo di denaro o di beni diviene un fine a se stesso, in vista del quale tutto è giustificato. La logica che presiede a tale insaziabile smania è quella mortifera del tutto e subito.
E, ancora, l’arroganza che ci deriva dalle conoscenze, amicizie, dal grado e dal ruolo; la pretesa quotidiana che l’io sia da affermarsi contro o sopra gli altri; la ricerca della gloria ad ogni costo, l’ostentazione narcisistica di una sicurezza che si rivelerà falsa.
«L’amore della mondanità ti travolge? Tieniti stretto a Cristo… Se ricorderete queste parole (quelle pronunciate da Gesù in risposta a satana) e le praticherete non avrete in voi la concupiscenza mondana, non vi domineranno cioè né la voracità della carne, né la pretesa degli occhi, né l’ambizione terrena; allora farete maggiormente posto in voi alla carità, e così amerete Dio… Conservate l’amore di Dio affinchè restiate in eterno, così come Dio è eterno: ciascuno è infatti tale, quale il suo amore» (S. Agostino, Commento alla prima Lettera di Giovanni II, 10.14).
«Non prego che tu li tolga dal mondo». Non dobbiamo abbandonare il mondo in cui Dio ci ha collocati, ma considerarlo nella sua verità, certi che la nostra cittadinanza vera, il nostro stile di vita appartiene al cielo (cfr. Fil 3,20; A Diogneto 5,9). «Che tu li custodisca dal maligno».
«Ben volentieri - dice l’Apostolo - mi vanterò delle mie debolezza, perché dimori in me la potenza di Cristo. O beata debolezza, colmata dalla potenza di Cristo! Chi mi concederà non soltanto di essere debole, ma anche di perdere ogni mia forza, anzi di perdermi, per essere ristabilito dalla potenza del Signore onnipotente» (San Bernardo, Discorsi sul Cantico, XXV, 7). «Vi dico queste cose perché non pecchiate… Se qualcuno pecca abbiamo un paraclito presso il Padre» (1Gv 2,1). Gesù si pone dalla nostra parte di fronte a Dio per essere solidale in tutto. Una solidarietà che evoca non soltanto una parentela o identità di natura con il nostro essere umano, ma anche una parentela - identità con la situazione peccaminosa nella quale langue l’umanità. «Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio» (1Cor 5,21).
Il sacerdote da servo sofferente e intercessore si trasforma in servo offerente. Egli non teme il mondo, perché unto dallo Spirito del Risorto che dona franchezza nell’annunciare il vangelo, nel patire per il nome di Gesù e, con la grazia divina, nel superare ogni scoraggiamento e solitudine. «Tieniti dunque stretto, in vita e in morte, a Gesù, e affidati alla fedeltà di lui, che solo ti potrà aiutare, allorchè gli altri ti verranno meno» (Imitazione di Cristo, Libro II c.VII).
«Sono tuoi»: così parla stamane Gesù di noi al Padre. Ci chiama «gli uomini che mi hai dato dal mondo… - e aggiunge - Per loro io consacro me stesso». Il crisma di consacrazione fu il suo sangue; con lui sulla croce diventiamo offerta pura e santa, ferma confessione di fede, segno luminoso di speranza, ardente testimonianza di amore. Gesù non chiede al Padre che noi diventiamo esperti e competenti nel fare questa o quell’opera, ma che rimaniamo uniti a lui, che siamo una cosa sola con lui e con il Padre, nel vincolo dell’amore che è lo Spirito Santo. Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino al segno supremo (cfr. Gv 13,1).
Il «tutto è compiuto» (Gv 19,30) è la linfa vitale che ci immerge nella perfezione dell’unità; il consummatum est feconda il consummati in unum. L’amore ha consumato tutto Gesù, perché ciascuno si consumi in lui e per lui e il mondo creda.
Cari sacerdoti, quale straordinario ministero il Signore ci ha affidato! Come nella Celebrazione Eucaristica Egli si pone nelle nostre mani per continuare ad essere presente in mezzo al suo Popolo, analogamente, nel Sacramento della Riconciliazione, Egli si affida a noi perché gli uomini facciano l’esperienza dell’abbraccio con cui il Padre riaccoglie il figlio prodigo, riconsegnandogli la dignità filiale e ricostituendolo pienamente erede (cfr. Lc 15,11-32).
La Vergine Maria e il Santo Curato d’Ars ci aiutino a sperimentare nella nostra vita l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità dell’Amore di Dio (cfr. Ef 3,18-19) e custodisca ogni germe di vocazione nel cuore di coloro che il Signore chiama a seguirlo più da vicino.