Carissimi,
ringrazio il Signore per la gioia spirituale che dona a tutti noi, nel giorno in cui facciamo memoria del nostro sacerdozio, esprimendo anche visibilmente la grazia della comunione presbiterale. Perché il mistero dell’Altare non sia sciupato, abbiamo bisogno di ricordare quell’ora dell’Ordinazione presbiterale in cui Egli ci ha consacrati suoi, rendendoci degni di celebrare il Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue sino al suo ritorno.
Gesù si recò a Nazaret dove era stato allevato. Alzatosi proclamò, con voce lenta e incisiva, il brano di Isaia: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione...». Ci fu una pausa, all’ascolto di queste parole, e gli occhi di tutti fissi su di lui, aspettando di capire…
Gesù proferì una sola frase ma con tale autorevolezza da rivendicare a sé la profezia che il brano conteneva: «Oggi si è adempiuta questa scrittura che voi avete udito con i vostri orecchi». L’interpretazione era chiara: c’è Gesù che legge, c’è lui che si propone come l’interpretazione della legge, lui che è gloriosamente vivente. Gesù è colui che ci aiuta a preparare la Pasqua, purificando i nostri occhi e scaldando il cuore alla spiegazione delle Scritture fatte da lui.
La vita di Gesù non è forse il graduale dispiegamento di quella Parola, affidata a noi consacrati? Ogni sacerdote, infatti, ministro della Parola, è mandato ad annunciare il Regno (cfr. Pdv 26). Ma per essere tale deve diventare ascoltatore assiduo, portato e abitato dalla Parola (cfr. Mc 4,20; Gv 5,38), accettando di farle spazio in se, diventando capace di dare ospitalità a Dio. Questa esperienza è stata ben espressa da San Benedetto. Egli afferma: «Che cosa vi può essere di più dolce per noi, fratelli carissimi, della voce del Signore? Ecco il Signore, nella sua grande bontà, ci mostra il cammino della vita. Munìti di una fede robusta e comprovata dal compimento delle buone opere, procediamo sulla via, sotto la guida del vangelo, per meritare di vedere Colui che ci ha chiamati al suo regno» (Benedetto, Regola, Prologo 14-21).
La Parola di Dio edifica la verità e rende pienamente sinceri, facendoci preoccupare unicamente di quello che Dio pensa delle nostre azioni. Significa non assumere atteggiamenti diversi secondo gli ambienti; non pensare in un modo quando si è soli e in un altro quando si è con qualcuno, ma parlare ed agire sotto lo sguardo di Dio che legge nei cuori. La sincerità consiste nello sforzo di rendere l’esterno in noi sempre più simile all’interno, senza falsare la verità per timore di dispiacere agli altri. Questa sincerità richiede la purezza dell’intenzione, ossia il fatto di preoccuparsi, nell’agire, del giudizio di Dio, e non del giudizio degli uomini, di agire preoccupandosi più di quel che piace o dispiace a Dio che di quel che piace o dispiace agli uomini. Questo è davvero essenziale per la santificazione dell’evangelizzatore e la qualità dell’evangelizzazione.
Vi è una grande differenza fra chi parla in virtù della grazia e chi lo fa per umana sapienza. «Spesso si è sperimentato che uomini eloquenti ed eruditi, molto dotati non solo nel parlare, ma anche nel comprendere, pur avendo tenuto discorsi nelle chiese e aver goduto di grande successo, non sono riusciti a suscitare compunzione con i loro discorsi nessuno degli ascoltatori, ne a farli progredire nella fede o nel timore di Dio per il ricordo delle loro parole. Ci si allontana da loro avendo goduto, con le orecchie, solo una sorta di diletto, di soavità. Spesso, invece, uomini di minore eloquenza, per nulla preoccupati di fare un bel discorso, con parole semplici e disadorne, hanno convertito molti alla fede, hanno indotto i superbi ad umiltà, hanno conficcato nell’animo dei peccatori lo stimolo della conversione. Ed è questo certamente un segno che parlavano in virtù della grazia loro data» (Origene).
Rimanere in Cristo, perciò, è la condizione perché il messaggio sia gioiosamente trasmesso, realmente compreso e la vita sia trasformata in preghiera. Il sacerdote, allora, non deve semplicemente vivere il rapporto con la Parola, pregare prima di annunciarla, ma anche predicare in modo da suscitare la preghiera, perché solo così si può imparare chi è Dio, chi siamo noi, che cosa significa la nostra vita in questo mondo. «Ascoltate la mia voce!» (Ger 7,23): ecco la bruciatura più soave ed inguaribile nell’ascesi cristiana.
Mi chiedo: vivo veramente, alla scuola di Benedetto, della Parola di Dio? La Parola mi riempie di ardore il cuore? Mi nutre? Quale tempo dedico alla Parola?
Carissimi, amate la Parola di Dio e amate la Chiesa, che vi permette di accedere a un tesoro di così alto valore introducendovi ad apprezzarne la ricchezza. Amate e seguite il carisma che Benedetto ha ricevuto dallo Spirito, un carisma che l’uomo del nostro tempo desidera accostare, perché in cerca di ordine, serenità e pace interiore. Ricordo l’espressione di Papa Paolo VI: «Per riavere dominio e godimento spirituale di se bisogna riaffacciar sial chiostro benedettino. E recuperato l’uomo a se stesso nella disciplina monastica è recuperato alla Chiesa. Il monaco ha un posto di elezione nel corpo mistico di Cristo, una funzione quanto mai provvida e urgente».
«Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udito con i vostri orecchi». La pagina del Vangelo odierno rafforzi il desiderio di un ascolto profondo, di un incontro personale, di una comunione intima con il Signore... capace di trasfigurare, come sempre, in modo sorprendente, la nostra appartenenza al Signore.
Appartenere al Signore vuol dire essere bruciati dal suo amore incandescente, essere trasformati dallo splendore della sua bellezza: la nostra piccolezza è offerta a Lui quale sacrificio di soave odore, affinché diventi testimonianza della grandezza della sua presenza per il nostro tempo che tanto ha bisogno di essere inebriato dalla ricchezza della sua grazia. Appartenere al Signore: ecco la missione di chi ha scelto di seguire Cristo casto, povero e obbediente, affinché il mondo creda e sia salvato. Essere totalmente di Cristo in modo da diventare una permanente confessione di fede, una inequivocabile proclamazione della verità che rende liberi di fronte alla seduzione dei falsi idoli da cui il mondo è abbagliato. Al fragore e alla banalità dei nostri giorni, contrapponiamo la forza disarmata e disarmante della Regola benedettina, che ci ha lasciato delle larghe orme per non smarrire la via del cielo.
In conclusione, noi consacrati siamo chiamati ad essere nel mondo segno credibile e luminoso del Vangelo e dei suoi paradossi, senza conformarsi alla mentalità di questo secolo, ma trasformandosi e rinnovando continuamente il proprio impegno, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto (cfr. Rm 12, 2).
È questo il mio augurio nell’Anno Sacerdotale, carissimi; un augurio sul quale invoco la materna intercessione della Vergine Maria, modello insuperabile di ogni vita consacrata.