Nello stupore di un amore

Omelia per la S. Messa di Pasqua - Napoli Monastero della carmelitane, 4 aprile 2010

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Carissimi,

il Vangelo ci presenta tre atteggiamenti diversi di fronte al sepolcro vuoto: in Maria di Magdala, la risposta del cuore; in Pietro, la reazione perplessa del dubbio; in Giovanni, l’intuizione della fede.

  Maria di Magdala ritorna di buon mattino con oli aromatici per imbalsamare Gesù. Il suo cuore, pieno di umanissima attenzione, è fermo alla sconfitta della croce e si chiede: «Chi rotolerà via il masso del sepolcro?». Ma giunta al sepolcro, vede che la pietra era stata ribaltata. Volta perciò le spalle alla morte e corre a dare l’annuncio della vita. Questa donna, fedele al Signore, si è sentita profondamente attratta e guarita dalla presenza del suo Dio. 

Ma c’è una seconda e una terza reazione di fronte alla pietra ribaltata: quella di Pietro e di Giovanni. I due, avvertiti dalla donna, corrono. Giovanni giunge per primo; vede il sepolcro aperto, ma non entra. Aspetta l’amico Pietro. Nel suo sguardo c’è stupore, incertezza, dubbio: «vide».

E c’è infine la reazione di Giovanni. Al discepolo amato è dato di intuire la fede: «vide e credette». Giovanni, il discepolo che Gesù amava arriva per primo a capire il significato della risurrezione. Perché lasciarsi amare da Dio, accogliere il suo amore è ricco di rivelazioni divine… 

«Correvano insieme Pietro e Giovanni, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro». Perché tutti corrono nel mattino di Pasqua? La Maddalena corse da Simon Pietro e da Giovanni; correvano insieme Pietro e Giovanni... Tutto ciò che riguarda Gesù non vuole mediocrità, pigrizia, ma domanda di correre, merita la fretta dell’amore che sfida l’impossibile e vuole raggiungere l’insperabile. 

Fare Pasqua significa entrare in una vita nuova, di grazia, di amicizia con il Signore. In me, in voi, nell’uomo santo o peccatore, ricco o povero ci sono i germi della risurrezione che trascinano verso l’alto, come un fiume di luce, fino a che sarà tutto in tutti. «Se siete risorti con Cristo, - ci ricorda l’Apostolo - cercate le cose di lassù, rivolgete il pensiero alle cose del cielo, non a quelle della terra».

Pasqua è un mattino nuovo. A partire da questa aurora, la lunga storia passata ha cambiato senso per sempre; ha preso la sua direzione definitiva. Con Cristo, crocifisso vivo, è apparsa una nuova creazione. «Ecco il giorno che ha fatto il Signore». In questo giorno amami tu, Signore, anche se non lo merito e ti amo poco. E correrò come Giovanni, mi volterò verso di te come Maria di Magdala, brucerà il cuore per te, nonostante la mia umanità che somiglia a quella di Pietro. 

Pasqua è un mondo nuovo. «Perché cercate tra i morti colui che è vivo?» (Lc 24,5). Certo, la morte non ha perso la sua maschera tragica, ma nel cuore del mondo s’è aperta una breccia, si sono liberate le energie della Risurrezione. Non c’è più niente di assurdo, di fatale: l’impossibile diventa possibile. Non c’è più bisogno di difendere o riconquistare quel sepolcro di Cristo che è diventato la culla della Chiesa: è vuoto. Il Cristo vivo ci precede in Galilea, noi siamo testimoni che Dio ha risuscitato Gesù al terzo giorno.

La novità di Pasqua deve risplendere dovunque. A volte purtroppo siamo proprio noi cristiani a ributtare la pietra sul sepolcro di Gesù per restare nel torpore della nostra morte... Tanto non cambia niente. Ma sullo sfondo dell’alba della prima domenica della storia, svaniscono i timori, passano in second’ordine i fallimenti veri o presunti, rientra la sensazione di inutilità che troppe volte attanaglia la nota parola e la nostra azione. Noi siamo i figli di questa certezza. A noi tocca vivere con intensità la fretta di rotolare via dall’imboccatura dell’animo i macigni dell’odio e dell’egoismo. La Pasqua è l’annuncio che la morte è stata vinta e che l’uomo può continuare a vivere il sogno di Dio. Celebrarla non significa interrogarci teoricamente su un evento misterioso e affascinante, ma domandarci con umiltà quanto effettivamente la nostra vita sia vittoriosa sulla morte. Come non cogliere l’assenza di vita nella mancanza di gratuità, nei rapporti interpersonali; nella carenza di rasserenante affettività nelle famiglie; nella frettolosità delle nostre relazioni professionali sempre più banali e sbrigative; nella mancanza di perdono sempre più raramente concesso?

Come non cogliere la stanchezza di una società, gestita da una cultura utilitaristica e relativista, da una morale sempre più prossima al compromesso o a gettare la spugna, come se l’opinione pubblica fosse così predominante da non consentire alle coscienze di essere protagoniste libere delle proprie scelte evangeliche. 

La risurrezione è iscritta nelle fibre più profonde della storia, che ora va verso il suo compimento finale trascinando con sé uomini e cose. È dentro di essa (la grande e la piccola storia quotidiana) che noi avvertiamo la presenza silenziosa del Risorto. Una presenza che non si costata più con gli occhi del corpo, come quando Gesù camminava per le strade della Palestina, ma che si percepisce chiaramente con lo sguardo della fede. Ora egli non è più qui nella carne, ma nello Spirito. Si tratta di una presenza vera, consolante, trasformante. «Se Gesù è vivo, questo mi basta ! Se lui vive, io vivo, poiché la mia vita dipende di lui. Egli è la mia vita, è il mio tutto. Cosa dunque potrebbe mancarmi, se Gesù è vivo ? Ancora meglio : Che tutto il resto mi manchi, non mi importa, purché Gesù sia vivo!» (Guerrico d’Igny, Discorso 1 sulla resurrezione).

Alleluia… Preghiamo, lodiamo con senso di grande giubilo, uniamoci all’eterno festino degli angeli e delle anime beate e, con l’intercessione della Vergine Maria, prima testimone della Risurrezione, supplichiamo la beata Trinità di farci partecipi un giorno della Pasqua eterna, dove in seno alla felicità canteremo l’eterno alleluia. Amen

Data Inizio:     Data Fine:

04/04/2010

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