Carissimi,
nel discorso di addio, Gesù aiuta a comprendere il senso e il valore del suo «andare al Padre» e conforta i discepoli per il suo distacco, rivelando dove va e dove lo potranno trovare: nella casa del Padre, dove ci sono molti posti. Sulla tristezza che aleggia, Gesù riversa la parola rasserenante e ripropone il tema della presenza di Dio:«Noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14,23).
Dio e Cristo non sono solamente con noi, presso di noi, accanto a noi: sono in noi. Il Dio persona viene a dimorare nella vita di ciascuno e invita a liberarsi di tutto ciò a cui abbiamo dato il primato nel nostro cuore. Egli chiede ospitalità, perché, liberi dal turbamento e dal timore, possiamo avere la pace che il mondo non può dare (cfr. Gv 14,26-27).
«Vado e tornerò a voi» (Gv 14,28), disse Gesù agli apostoli. Tra l’“andata” e il “ritorno”, tra la prima e la seconda venuta di Cristo, c’è il tempo della Chiesa, tempo dello Spirito. E’ lo Spirito il Maestro che forma i discepoli, li fa innamorare di Gesù; li educa all’ascolto, alla contemplazione del Volto; li conforma alla sua Umanità beata, povera in spirito, afflitta, mite, affamata di giustizia, misericordiosa, pura di cuore, operatrice di pace, perseguitata per la giustizia (cfr. Mt 5,3-10).
Grazie all’azione dello Spirito Santo, Gesù diventa la “Via” sulla quale il discepolo cammina. «La parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato» (Gv 14,23-24). Come Gesù trasmette le parole del Padre, così lo Spirito ricorda le parole di Cristo (cfr. Gv 14,26). Solo Gesù ci ha dato la sua parola e l’ha mantenuta.
Caterina ne è ben consapevole, discepola e missionaria di questo Amore: missionaria solo in quanto discepola, cioè capace di lasciarsi quotidianamente attrarre con rinnovato stupore da Dio. Ella è colma di passione per l’uomo e per Gesù Cristo, è abitata dall’umanità e dal Regno, è la misericordia in persona, che trascina e tracima. La misericordia divina la induce a piegarsi su ogni miseria, a soccorrere ogni indigenza, a far proprio ogni difetto, a guarire ogni ferita, a correggere ogni vizio. Ferita per “attrazione” da Cristo che “attira tutti a sé” s’immerge nell’oceano del sacrificio della Croce. «O amore! – esclama – chi vi si ispira dunque questa follia d’amore da cui siete posseduto per noi?... Il mio cuore diventa di fuoco a pensare a voi! Da qualunque parte si volga il mio spirito, non trovo altro che misericordia».
E’ lo Spirito, che è fuoco e vento, forza e coraggio, a ricordarle questo infinito amore e affidarle la forza dalla sua guida e la dolcezza per parlare di Dio e con Dio. Caterina compie così la sua missione materna, visitata dallo Spirito e animata dalla passione di Cristo, Agnello immolato per amore. Gesù in se stesso non vivrebbe, non si sarebbe incarnato, non sarebbe morto, non avrebbe mangiato, non avrebbe dormito: tutto quello che ha fatto, l’ha fatto per me. Tutto è mio, tutto è per me! Non si è riservato nulla: da parte sua egli vive ed è questa donazione totale!
Ella, vera madre nello Spirito, si fa dialogo vivente e appassionato; donna esemplare che trasforma il suo corpo naturale in un corpo cristico, attraverso la spoliazione dell’io, la frantumazione dell’egoismo, al punto che il corpo non è più regolato dall’ordine biologico, ma le cui funzioni sono nella volontà dell’Altissimo.
La Santa è rimodellata, plasmata in un’altra natura, che necessita di un cibo che viene dal cielo, quello eucaristico, e del sangue che cola dal costato crocifisso. Si identifica completamente a Gesù assumendone le connotazioni fisiche, le stimmate, la corona di spine, le piaghe. Ma il corpo martoriato viene avvolto dalla nube luminosa, dalla gloria incorruttibile.
Penso all’estasi della nostra Chiesa di Santa Caterina a Magnanapoli, dove Caterina, uscendo fuori da sé, si dilata come se fosse gravida di figli, madre feconda di anime che porta nel suo corpo glorificato e nel suo spirito. Suoi figli siamo tutti noi, nutriti dal suo digiuno e consapevoli che continua a prendere su di se la sofferenza di tutti, particolarmente del Santo Padre, dei Vescovi e dei sacerdoti.
Severa, anche dura nell’opera di correzione, mantiene intatta la reverenza e la devozione affettuosa nei confronti dei ministri del Sole. A essi augura di essere come il bambino che trae a sé il latte della madre, bevendo al costato di Cristo, attaccandosi al petto del Crocifisso da cui fuoriesce la sorgente della carità.
Caterina diventa sacrificio gradito a Dio, cuore spezzato, capace di piangere con i ministri che piangono, di rallegrarsi con i ministri che si rallegrano e di lodare Dio con i ministri che si fermano a gustare le meraviglie della tenerezza divina.
In quest’Anno sacerdotale ammiriamo e imitiamo, come la nostra Santa, la Vergine ai piedi della Croce mentre dona se, i figliuoli e tutte le cose sue per onore di Dio. Il dolore solitario della Madre di Dio ai piedi della Croce è un momento forte e insostituibile della spiritualità di Caterina, che nel carisma domenicano ha una devozione tutta particolare nei confronti della Madonna. Come Maria, infatti, Caterina non ha paura di respirare nel Calvario della vita abbracciata al Crocifisso, non più sola, né ospite né pellegrina.