Carissimi,
i soldati hanno lasciato un buon ricordo di sé nel Nuovo Testamento. Se ne ricordano tre e tutti credenti. Uno é quello del Vangelo odierno; un altro é quello che sotto la croce esclamò: “Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!”. L’ultimo, di nome Cornelio, fu il primo pagano a entrare nella Chiesa.
Il centurione, protagonista dell’episodio evangelico odierno, ama il popolo, al punto che si preoccupa di far costruire anche un luogo di culto. Gesù loda la fede del centurione, ma risplende in essa anche l’umiltà e l’amore. L’umiltà di quest’uomo é davvero sorprendente e traspare dal rapporto che c’é tra lui e il suo servo: quel servo non era per lui un oggetto, ma una persona, un amico molto caro. Egli non guarda gli altri dall’alto della sua carica, non fa sentire la sua superiorità, ma sa mettersi a fianco dei più umili, come persona tra persone, consapevole che senza compassione non c’è spazio per una fede viva, capace di osare l’impossibile sino a sfidare le stesse leggi della vita.
L’evangelista, perciò, non solo sottolinea le parole del soldato, ma, mostrando l’intensità di questa lode, dice che Gesù lo ammirò e non lo ammirò semplicemente ma anche alla presenza di tutto il popolo e lo indicò agli altri come un esempio da imitare.
Carissima mamma Rosa, papà Luigi, signora Valentina, il nostro Francesco ha imitato la fede del centurione. Con la sua umiltà e dedizione, con il suo amore per l’uomo che supera gli schemi sociali e i pregiudizi nazionalistici, con la sua generosità semplice e grande, ci fa capire come il Signore realizzi attraverso ciascuno un progetto di amore a vantaggio dell’umanità. C’è un disegno di Dio su ciascuno, verso cui ci spinge il cuore e che viene scelto con tutta le proprie forze e con una provvidenziale risolutezza che non può non aprirci a Dio e avvicinarci agli uomini.
Francesco - come già il giovane foggiano Salvatore Marracino deceduto a Nassiriya e tanti figli della terra pugliese - aveva un solo desiderio: vivere nella volontà di Dio, con intensità e interiorità, dedicandosi al bene degli altri e diffondendo attorno a se ottimismo e fiducia, gioia e comprensione. La sua morte, avvenuta in servizio come quella di altri suoi amici in Afghanistan, rappresenta un’offerta al Dio della pace perché possa far si che i popoli della terra abbiano la dignità di famiglia umana. Un portatore di vita che ha sempre manifestato compassione e vicinanza ai più deboli ed emarginati. Era alla sua settima missione estera. Per lui valeva la pena impegnarsi nelle missioni internazionali di pace e di sicurezza, tanto che qualche volta confidava agli amici di sentirsi in colpa per non poter fare abbastanza per gli altri.
Per noi cristiani la morte non è un semplice momento di passaggio ma il compimento della dedizione, un atto di generosa consegna della missione umana ricevuta da Dio. Chi si lascia conquistare da Dio non teme di perdere la propria vita. Proprio perdendo la vita per amore, noi la ritroviamo. Immagino i sentimenti di Francesco nell’iniziare questa missione. Egli conosceva il pericolo dell’Afghanistan, ma affermava anche: se mi capitasse un giorno di essere vittima del terrorismo in terre lontane, vorrei che tutti ricordassero che la mia vita era donata a Dio e alla Nazione.
Caro Francesco, l’Italia ha un debito di amore verso di te, che hai lasciato un seme significativo perché germogli l’unità della famiglia umana. Tu, però, nella preghiera celeste, non dimenticare il tuo debito di amore per la tua sposa, i tuoi genitori, tuo fratello, la tua amata città di Foggia. Ieri sera in preghiera con i giovani, le famiglie, il Sindaco che ha affollavano la camera ardente allestita nella Sala comunale, non eri più tu a far brillare le mine. compito a te assegnato per alta capacità professionale. Ma tu stesso brillavi avvolto dalla Bandiera per l’abbraccio della Nazione tutta grata a te e orgogliosa per ogni uomo e donna con le stellette.
Gli uomini della terra hanno tutti una comune storia, segnata spesso da incomprensioni, ma orientata alla concordia, alla democrazia e alla pace. E’ il Vangelo che abbiamo appreso nelle nostre parrocchie e nelle nostre case che ci spinge al perdono, pensando a Dio come Padre della famiglia umana.
Un educatore di solidarietà è stato Francesco. Sì, perché, la famiglia militare, in Italia e all’Estero, si propone come via educativa di solidarietà, di protezione e di promozione per il bene comune, anima e giustificazione della concordia e della pace. C’è bisogno di risvegliare la solidarietà, spesso fraintesa e banalizzata. E i nostri militari ci aiutano a capire che non bisogna ritirarsi nel privato ma scorgere nel servizio all’uomo un impegno etico globale.
La solidarietà ci appare sempre più come una virtù sociale fondamentale. Si comprende, così, che il cammino di disciplina e di servizio dei nostri militari è un percorso che contagia la convivenza civile di giustizia e libertà.
Francesco ci consegna questa eterna verità: la vita non va vissuta svagatamente, lasciandoci trascinare da una cosa all’altra. Dobbiamo saper rientrare in noi stessi per nutrirla di compassione e dedizione. E così nella sincerità del dono di se ai fratelli, poco a poco, il cuore si dilata con inesprimibile dolcezza.
Facciamo nostra, con particolare consapevolezza e intensità di fede, l’invocazione del centurione: “Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di’ soltanto una parola e noi saremo guariti”.
Lo sguardo sorridente di Gesù, come soleva chiamarlo San Francesco Saverio, anch’egli missionario in terre lontane, possa accoglierti oggi in paradiso. Amen.