Carissimi,
abbiamo ascoltato dalla pagina evangelica che Gesù, passando davanti a Matteo, gli dice: «Seguimi... ed egli si alzò e lo seguì». Un uomo seduto al banco delle imposte, uno sguardo che incrocia il suo, una sola parola: Seguimi e Matteo s’immerge nell’oceano di quegli occhi. Fu una risposta pronta e generosa che spinse il contabile ad abbandonare la logica rassicurante del dare e dell’avere per mettersi sui passi di quell’Uomo senza calcolare più nulla.
Nella figura di Matteo il Vangelo ci propone un vero e proprio paradosso: chi è apparentemente più lontano dalla santità può diventare persino un modello di accoglienza della misericordia di Dio e lasciarne intravedere i meravigliosi effetti nella propria esistenza. A questo proposito, san Giovanni Crisostomo osserva che solo nel racconto di alcune chiamate si accenna al lavoro che gli interessati stavano svolgendo. Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni sono chiamati mentre stanno pescando, Matteo appunto mentre riscuote il tributo. Si tratta di lavori di poco conto - commenta il Crisostomo - «poiché non c’è nulla di più detestabile del gabelliere e nulla di più comune della pesca» (Commento al Vangelo di Matteo). La chiamata di Gesù giunge dunque anche a persone di basso rango sociale, mentre attendono al loro lavoro ordinario.
Matteo risponde all’istante: «si alzò e lo seguì». La stringatezza della frase mette chiaramente in evidenza la prontezza di Matteo nel rispondere alla chiamata. Ciò significava per lui l’abbandono di ogni cosa, soprattutto di ciò che gli garantiva un guadagno sicuro, anche se spesso ingiusto e disonorevole. Matteo capì che la familiarità con Gesù non gli consentiva di perseverare in attività disapprovate da Dio. Si alzò e lo seguì.
Seguire significa compiere determinati passi. Già il primo passo fatto dopo la chiamata separa Matteo dalla sua vita passata. In questo “alzarsi” è legittimo leggere il distacco da una situazione di peccato e insieme l’adesione consapevole a un’esistenza nuova, retta, nella comunione con Gesù. Per Matteo non c’era altra possibilità di credere tranne quella di abbandonare tutto e mettersi in cammino con il Figlio di Dio. Chi segue è messo in condizione di poter credere; se non segue, se resta indietro, non impara a credere perché non entra in comunione con Gesù.
Credere non è più vivere come si vuole ma camminare con Lui, sciogliendo i vincoli precedenti e legandosi unicamente a Gesù Cristo. La via che conduce alla fede passa attraverso l’obbedienza alla chiamata. Senza questo passo c’è solo una falsa esaltazione e una pretesa irrealizzabile di sequela.
E’ difficile che una vocazione nasca e si sviluppi al di fuori di un itinerario di fede, linfa insostituibile per ripartire da Cristo e partire con Lui. E’ nella fede della Chiesa che veniamo sollecitati a decifrare e percorrere il dinamismo proprio della vocazione, il suo svilupparsi graduale e concreto nelle fasi del seguire il Signore e rimanere con Lui.
La fede in Cristo ci assicura che la vita non proviene dal caso e neppure è orientata verso un cieco destino, ma è una chiamata, un progetto di Dio, pieno di amore, proposto alla libertà umana.
Dentro quest’orizzonte fondamentale trova senso ed efficacia il conferimento del ministero di accolito a quattro seminaristi del nostro Seminario, una tappa importante nel loro itinerario di formazione in vista dell’ordinazione sacerdotale. Per questo li accompagniamo volentieri con la preghiera e li incoraggiamo a essere perseveranti nella loro risposta alla chiamata del Signore.
Cari Dario, Emanuele, Francesco e Pasquale, la vostra esistenza quotidiana sia libera e gioiosa, non perché priva di condizionamenti e senza problemi, ma perché toccata e liberata dalla presenza di Cristo e dedicata al servizio degli altri. Con l’accolitato, voi diventate servi dell’Eucaristia, il Corpo sacramentale di Cristo, e servi della Chiesa, il suo mistico Corpo. Siate ministri rispettosi all’altare del Signore e obbedienti alla volontà della Chiesa, espressa dai vostri superiori. Perché prima di diventare preti si riceve l’accolitato? Per prepararvi a essere innamorati dell’Eucaristia, servendo all’altare ma senza servirsi dell’altare.
Gesù accoglie tra i suoi Matteo che, secondo le concezioni del tempo, era considerato un pubblico peccatore. Anche noi siamo chiamati al sacerdozio e non dobbiamo mai dimenticare di essere indegni e peccatori. Eppure il sacerdote ha il cuore nell’Eucaristia. Un presbitero deve essere “uomo eucaristico” senza diventarne padrone, senza nessun orgoglio, senza nessuna volontà di autoaffermazione. La volontà di narcisismo ce l’abbiamo nel cuore, è difficilissima da controllare e da togliere. Ma il sacerdote bisogna che la controlli e la tolga perché fino a che c’è una volontà di autoaffermazione, il Signore è oscurato dalla nostra infedeltà. Il segno non è un segno luminoso, non è un segno chiaro. Perciò prima di diventare accoliti e quindi servi della celebrazione, serviamo all’altare del Signore.
La vostra vita sia un’Eucaristia. L’atteggiamento di servizio prevalga sopra tutte le altre motivazioni, o sopra tutti gli altri obiettivi di vita.
La Vergine, Regina degli Apostoli, preghi con noi e preghi per noi.