A mani aperte...

Omelia per la S. Messa con i militari in partenza per l'Afghanistan - 232° RGT Trasmissioni (Avellino), 6 settembre 2010

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 Carissimi,

il Vangelo ci racconta come in giorno di sabato nella sinagoga c’è un uomo che ha la mano destra paralizzata e desidera essere guarito. Gli scribi e i farisei osservano se viene guarito, così da accusare Gesù per non aver osservato il precetto del sabato, giorno di riposo. Gesù li interroga, chiedendo: è lecito in giorno di sabato fare del bene o del male, salvare una vita o perderla? E senza attendere risposta, guarisce quell’uomo. 

Ancora una volta Gesù si dichiara al servizio della vita. Niente e nessuno tra noi è da distruggere.

Ogni uomo e tutto l’uomo va posto al centro dell’attenzione e dell’impegno di ciascuno, senza condizioni; fare il bene consiste nel creare le condizioni perché l’altro viva al meglio. E’ questo l’unico criterio valido per le scelte personali, familiari e sociali. Fare del bene, anche di sabato, diventi la norma suprema che mette la persona dell’altro, con le sue necessità concrete, al centro della nostra attenzione. Non più la legge osservata come una norma che chiude il cuore agli altri, ma il bene dell’altro come gioia della vita. Possiamo dire che Gesù supera nella sua testimonianza la legge antica e proclama la civiltà dell’amore. Egli è il sabato. E’ il riposo, la tranquillità, la pace, la verità. «In esso ci riposiamo; in esso facciamo il sabato; in esso siamo liberati dalla schiavitù» (Aelredo di Rielvaux, Speculum caritatis, 24).

Gesù invita a stendere la mano, quella mano che si è inaridita, forse perché chiusa dall’avarizia e dall’egoismo, aperta solo per prendere e mai per donare. 

Risuscitare una mano è un po’ come risuscitare qualcuno perché la mano vive, accanto all’uomo che la possiede, una sua piccola vita misteriosa. «La mano dell’uomo può cancellare un’isola dal mare, far pianura dove era montagna, popolare di torri e tulipani un deserto; ma può far cose più insostituibili: quando il volto di colui che lasciamo non è più visibile per la lontananza, solo la sua mano può dirci ancora “addio, ritorna!”… La mano è capace di bene e di male, si direbbe, da sola. Sa precedere, rapida e furtiva, il pensiero che la guida, oppure ribellarsi e indugiare: sa peccare o beneficare per suo conto» (L. Santucci, Volete andarvene anche voi? Una vita di Cristo, Mondadori, Milano 1970, p. 89-91).

Ancora oggi Gesù guarisce la mia mano, perché la tenda per realizzare il bene e offrire gioia anche ai cuori più duri. E la mano guarita della famiglia militare si allunga oltre i confini dell’Italia per costruire pace e benessere nel mondo.

Carissimi, noi non viviamo gli uni accanto agli altri per caso; stiamo tutti percorrendo uno stesso cammino come uomini. Ci apparteniamo tutti e ci siamo necessari: questa verità sviluppa la comune coscienza di essere, per così dire, una “famiglia di nazioni”. La pace, la democrazia e l’amicizia dei popoli sono valori fondamentali per la nostra comune umanità e per la cultura del popolo italiano: una convinzione questa che qualifica e fa condividere largamente nell’opinione pubblica le missioni di sicurezza in vista di una cooperazione serena fra tutte le componenti della famiglia umana.

Le missioni di pace ci aiutano a valutare da protagonisti il fenomeno della globalizzazione, da non intendere solo come processo socio-economico ma criterio etico di relazionalità, comunione e condivisione tra popoli e persone. Procedendo con ragionevolezza e guidati dalla carità e dalla verità, il mondo militare contribuisce a edificare una cultura di solidarietà e di responsabilità globale, che ha la radice nella legge naturale e trova il suo ultimo fondamento nell’unità del genere umano.

Di qui l’esigenza di una concreta e rinnovata attenzione a quella “responsabilità di proteggere”, un principio divenuto ragione delle missioni internazionali. Se uno Stato non è in grado di proteggere la propria popolazione da violazioni gravi e continue dei diritti umani, come pure dalle conseguenze delle crisi umanitarie, provocate sia dalla natura sia dall’uomo, la comunità internazionale è chiamata a intervenire, esplorando ogni possibile via diplomatica e prestando attenzione e incoraggiamento anche ai più flebili segni di democrazia o di desiderio di riconciliazione.

Come militari, facendo del bene, possiamo considerarci delle persone risanate, direi risuscitate nell’amore. Tutti noi siamo rappresentati in qualche modo da quella mano su cui sono fissi gli sguardi dell’umanità. La nostra mano è fatta per innalzarsi in gesti di preghiera, per stringere altre mani in segno di amicizia, per accarezzare e proteggere chi è più debole e bisognoso. Anche oggi nella Messa Gesù ci dice: Stendi la mano ed io te le trasformo in mano che dona e non trattiene nulla per sé. La legge dell’amore che supera ogni legge umana è affidata a noi, uomini e donne, con mani che sanno esprimere solidarietà e compassione come segno di fede e di speranza, lasciandosi ferire il cuore dai poveri e da tutti quelli che soffrono.

  Nel nostro cammino non siamo soli, siamo condotti, guidati e custoditi dalla Vergine Santa, nostra gioia e sicura speranza.

 

Data Inizio:     Data Fine:

06/09/2010

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