Signor Presidente della Repubblica,
Carissimi,
ancora un incontro di dolore e di lutto. E la sofferenza del nostro Paese diventa più profonda, tanto che vengono meno anche le parole per descriverla e i sentimenti per esprimerla.
La morte di Alessandro, un’altra via crucis, nella quale il Dio vivente viene inchiodato dagli uomini in quella mortale immobilità, che ammutolisce ogni voce.
Il Vangelo ascoltato ricorda che nessuno accende una lampada e la copre con un vaso o la mette sotto un letto, ma la pone sul candelabro perché chi entra veda la luce. Cristo è la luce del mondo, posta sul candelabro della Croce per illuminare coloro che sono nelle tenebre.
L’uomo, illuminato da Cristo, è come una lucerna. «Chi spera secondo Cristo ed opera per Cristo, in modo da non avere altro vanto che Cristo è candelabro. Faccia luce a tutti: che vedano ciò che devono imitare (…) e non accada che abbiano la luce degli occhi e, interiormente, siano ciechi» (Sant’Agostino).
La luce di cui Gesù parla è quella dell’amore, dono gratuito di Dio, che viene a illuminare il cuore e a rischiarare l’intelligenza.
«Non si accende una lucerna per metterla sotto il moggio» (Mt 5, 15). Com’è possibile per me essere luce, quando non ho chiaro cosa farò domani, non so come mi devo comportare e quali decisioni prendere... Vorrei una luce che accarezzasse le cose, i volti, gli occhi, i sentimenti, i concetti. Vorrei che tutto fosse trasparenza e verità.
Proviamo dolore per il dolore del mondo? O siamo ciechi anche noi? Ciechi nello sguardo interiore: possiamo vedere perfettamente le forme e i colori, ma se ci fermiamo alla superficie delle cose o, peggio, se il nostro è uno sguardo violento o dissacrante o profanatore o piegato al criterio dell’utile, siamo terribilmente ciechi.
Sono cieco se non riesco a percepire delle cose la verità profonda e segreta, fatta di sacralità, bellezza, suggestione, di luce sepolta. Sono cieco se non ho lo sguardo di Cristo, pieno di stupore e di pietà, capace di raggiungere senza profanarlo il mistero di ogni creatura.
Gesù stesso è la luce che dispone non a subire, ma a fare della morte un atto, a viverla in quello stesso amore in cui egli ha vissuto. Chi ha una ragione per vivere ha anche una ragione per morire.
E’ stato così per il nostro amato Alessandro, uomo delle Forze speciali che non amava parlare di sé, mai in cerca di gloria, sempre convinto del coraggio di esserci.
In questa Basilica, diventiamo alunni dinanzi alla sua bara, cattedra non sempre condivisa e riconosciuta. Eppure è una cattedra da cui viene trasmesso un insegnamento che debella le tenebre dell’egoismo e fa trionfare la luce della solidarietà. Una cattedra che non respinge i poveri e gli emarginati ma insegna ad accogliere i più deboli, proprio i respinti, e li mette in cattedra.
Alessandro in Afghanistan voleva che gli ordigni non spegnessero più i sogni dei bambini, che le donne non fossero più sfigurate e lapidate, che gli uomini non fossero più legati su pali in attesa della morte, dinanzi agli occhi dei figli.
Questa bara, rivestita dalla luce del nostro tricolore, è cattedra prestigiosa di vita e non di morte. Solo chi ama può diventare per gli altri una presenza di luce. Un giovane, il nostro Alessandro, dai grandi ideali, modello di una vita realizzata e spesa per gli altri, che ha praticato quanto suggerito nella prima lettura: «Non negare un bene a chi ne ha il diritto, se hai la possibilità di farlo» (Pr 3,27).
Caro Alessandro, con la partecipazione alle missioni internazionali di sicurezza e di sviluppo, sei diventato, senza cercarlo, fiaccola per la nostra Patria e l’intera umanità. Con il dono della vita ti sei come issato sul candelabro per illuminare chi brancola nella notte dell’odio. Non ti sei curvato su te stesso, sulla tua storia, né ti sei preoccupato delle tue paure o delle tue ferite, perché avevi a cuore di restituire dignità umana a ogni persona.
La vita è presenza luminosa per qualcuno o non è nulla. O rischiari l’esistenza e la tristezza di qualcuno o non sei. E tu, prima per il popolo iracheno e poi per quello afgano, sei stato luce di speranza, convinto che la vita di ogni uomo e di tutto l’uomo è un valore non negoziabile.
Quale consegna lasci a tutti noi? Il sacrificio della tua vita è un ammonimento circa la necessità di abbandonare la mentalità che considera i poveri - persone e popoli - come fardello e come fastidiosi importuni. Eppure solo assieme a loro possiamo creare un mondo più giusto e per tutti più prospero.
Se vogliamo la pace, la costruiremo assicurando a tutti la possibilità di una crescita ragionevole: le ingiustizie, prima o poi, presentano il conto a tutti. E’ da stolti costruire una casa dorata, ma con attorno il deserto o il degrado.
Il servizio dei nostri militari rivela un obiettivo di profonda solidarietà: mirare al bene di ognuno e di tutti. E’ necessario allora vivere la fraternità, accompagnando persone, famiglie e comunità mediante percorsi di autentico e armonico progresso umano. Non è forse lo sviluppo il vero nome della pace? (cfr. Paolo VI).
Di qui l’impegno a non distogliere mai l’attenzione ai progetti di sviluppo dei popoli, specialmente di quelli più bisognosi di aiuto, promuovendo il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale anche col minimo dispendio delle risorse umane ed economiche mondiali per gli armamenti (cfr. Carta delle Nazioni Unite, art. 26). Lo sviluppo è dato dall’incremento di scelte buone che sono possibili quando esiste la nozione di un bene umano integrale, quando ci sia un fine alla cui luce esso viene pensato e voluto. In una società mondiale il bene comune e lo sviluppo integrale non possono non essere conseguiti che con il contributo di tutti.
Chi vuole la pace la prepara da lontano, a partire dalle proprie responsabilità nei confronti della giustizia, fondamento del bene dell’umanità. In questo il grazie dell’Italia ai nostri militari, che, liberi dal proprio io, si espongono come lampada per i popoli martoriati dalla tirannia e dalla violenza con l’intento di rendere ospitale la casa dell’umanità.
Non possiamo deludere i nostri militari che donano la vita per rendere l’umanità una famiglia, superando diffidenza e solitudine, divisioni e discordie. La guerra non è mai inevitabile e la pace è sempre possibile. Anzi doverosa. E’ giunto il momento di una nuova primavera della storia, il momento di recuperare la fiducia, coltivare il dialogo, alimentare la solidarietà e l’amicizia tra i popoli.
Con queste parole, immagino, pregasse Alessandro:
Guidami, luce amabile,
tra l’oscurità che mi avvolge.
Guidami innanzi,
oscura è la notte,
lontano sono da casa.
Dove mi condurrai?
Non te lo chiedo,
o Signore!
So che la tua potenza
m’ha conservato al sicuro
da tanto tempo,
e so che ora mi condurrai ancora,
sia pure attraverso rocce e precipizi,
sia pure attraverso montagne e deserti
sino a quando sarà finita la notte.
Non è sempre stato così:
non ho sempre pregato
perché tu mi guidassi!
Ho amato scegliere da me il sentiero,
ma ora tu guidami! (J.H. Newman).